R.Y.F. – Deep Dark Blue
Recensione del disco “Deep Dark Blue” (Bronson Recordings, 2024) di R.Y.F.. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Spesso ci dimentichiamo quanto elettronica sia spesso sinonimo di rivoluzione e lotta tutto tranne che silenziosa. Lo facciamo perché negli ultimi trent’anni essa si è tanto radicata ovunque, dal mainstream al più oscuro dei progetti sotterranei, che è diventata un suono comune, ma la realtà è che può ancora e deve essere usata per rivoluzionare, magarinon l’idea stessa di musica, ché siamo ormai andati troppo oltre per creare avanguardie. Essa può ancora essere veicolo di messaggi importanti, e non solo quando usata come puro disturbatore, ma a maggior ragione quando si parla di “musica ballabile”, tanto bistrattata dai chitarromani a ogni latitudine, dimentichi di quanto questo tipo di musica sia stata di rottura a tempo debito.
Nel 2024 pare saperlo bene R.Y.F., al secolo Francesca Morello, che già col precedente “Everything Burns” era riuscita in questo compito qui, in Italia, in cui determinati suoni faticano ancora a trovare il loro giusto spazio in superficie (usati in malo modo che già suonano vecchi come Noè) quanto sottoterra. Con il suo quarto album, “Deep Dark Blue” fa invece suo il sound sintetico, il ballabile e il suo dancefloor di lotta e dà una bella spinta violenta oltre il baratro, per lanciare chi ascolta al ragionamento mentre cade e si scuote, fisicamente, letteralmente.
Il pop brandito come arma pericolosa in Can I Can U (quello che vorrebbe fare il summenzionato mainstream ma che mai riuscirà sul serio a fare), mischiato alchemicamente alla rave culture dei Novanta, con una Skin potentissima sugli scudi e messaggi come teste d’ariete a sfondare tutti i portoni che si ergono oggi più di sempre: micidiale in “So don’t tell me that I am free then destroy my point of you / You tell me your god is love, well you god loves only you” per poi esplodere di liberazione combattiva nel ritornello “Can I? Can U really be free and never be scared to walk in the street? / Can I? Can U be outrageously queer and stand here without fear?”, una richiesta enorme, un grido straziante, una necessità che R.Y.F. e la frontwoman degli Skunk Anansie lanciano in cielo all’unisono. Altro sfondamento sociale arriva con il clash violento di Smash & Destroy, uno sputo dritto in faccia a machismo, maschilismo e patriarcato (tutti sinonimi), una chitarra a rasoio e un grido di battaglia “We’re pussies, we’re strong” e una pioggia di mazzate al fallace dominio fallocentrico, senza paura, senza mezze misure, nessun sottinteso, assalto frontale.
La tremenda assenza di sensualità nel mondo “altro” viene spazzata via da Lies, con i suoi clash elettrici, devastanti bassi e casse profonde che pare di essere all’Hacienda negli anni giusti, sintetismi liamhowlettiani manovrati da Matteo Vallicelli e il dolore che prende forma reale, la voce di R.Y.F. che carezza con artigli scintillanti e brucia in un attimo quell’assenza di cui sopra, quella del non parlare di cose reali e con “I wanna have my clit like Pinocchio’s nose / And lie lie lie and fuck all night long” per poi sterzare sbattendo in faccia “Pain, please don’t mind, if you want me weak and all I got is hard / Pain, please don’t mind, if slap you right in the face”, concetti carnali che proprio la carne attraversano da parte a parte. Ancora strapotere pop che parte come un razzo verso il cosmo sul chorus dello spiritual elettrogeno duale Run Run Run, con il mondo che ti chiede di seguirne i movimenti ma la scelta è quella di non farlo e correre, un essere con una nuvola nella testa, gambe bioniche, mille piccoli occhi e una bomba al posto del cuore che spinge melodie sulla pista e porta al movimento senza condizioni, un ordigno che ticchetta per poi esplodere portando in alto.
Il rap di liberazione popolare di Moor Mother si manifesta nell’immensa Blue, tra drilling e pompa magna minimalista, e con le parole fa contraltare oscuro all’elegiaca Morello, è il “deep dark” nel blu del titolo dell’album, “Blue is inside of me, taking my breath away” evanescente mentre tutto va in mille pezzi, e nel blu ci si può perdere, è chiaro in Violent Hopes, bjorkiana spianata sintetica, canto di timore, ballata spaziale, post-punk in assenza di post-punk quando questo genere viene chiamato in causa senza motivo questo brano rimette tutto a posto, sensazioni raddoppiate nella successiva December 25th, toccante e ferita che sgorga lacrime e sangue, vocalmente armata di una soulness enorme che raramente si è sentita da questa parte del mondo.
Chiude il cerchio Deep Dark, ustione noise in sospensione, terrore in mare aperto coadiuvato dalla presenza spettrale e plumbea di Alos, che aggiunge il giusto gradiente mortifero che ancora mancava a questo album che rasenta la perfezione, in un ambiente al limite dello spegnimento, divenendo l’innesco perfetto per dare fuoco a polveri che sembravano troppo bagnate per appiccare un incendio sempre più necessario, politico, sociale e musicale. Tre cose che faticano a coabitare nel 2024. R.Y.F. rimette tutto a posto.




