
Viviamo in un momento storico complicato, soprattutto (ma non solo) qui in Italia. Il nostro Paese mostra ogni giorno il suo lato più oscuro e terrificante, si porta via un pezzo di noi e bisogna ribattere punto punto a chi spinge questo atteggiamento alle sue estreme conseguenze e la musica è uno dei mezzi di lotta che prediligiamo, da sempre e per sempre. Non è solo una lotta sociale, quella di Francesca Morello, in arte R.Y.F., ma anche interiore. Il suo nuovo album “Deep Dark Blue” (qui la nostra recensione) pianta le radici di queste due anime (che in realtà sono molte, molte di più) nel profondo degli abissi e, per lanciare il suo grido, si fa forte di un’anima elettronica che se a molti potrà risultare indigesta per altri (tipo noi) dimostra un respiro ampio e di rottura. Lo possiamo leggere direttamente nelle sue parole.
Inizierei subito col titolo del tuo nuovo album, “Deep Dark Blue” e con il colore in generale, il blu, importante per dare un connotato umorale alla musica del ‘900, cosa simboleggia per te e cosa pensi possa significare oggi, a Nuovo Millennio ormai ampiamente inoltrato?
Il “blue” è arrivato come una bomba tra i miei pensieri dopo che mi sono immersa nelle acque blu cobalto dell’isola di Stromboli. Dopo la sofferenza per alcuni gravi problemi di salute di mia moglie, Stefania Pedretti (Alos), l’isola e quel mare hanno dato a entrambe la forza per cercare di ricostruirci, cercare di rimettere insieme i pezzi e trovare una nuova forma. Da qui, è partita la mia ispirazione per il nuovo disco e la volontà che rispecchiasse l’oscurità sottomarina ma anche la magica potenza guaritrice dell’acqua. Il blu per me continua a essere grido di sofferenza, forza potente per spezzare catene e dare libertà alle persone, ai pensieri, all’amore che credo possa essere una forza contagiosa contro le oppressioni nei confronti di tutt* noi, anche quelle che non riusciamo a vedere bene. Un amore che si infiltra nei pori delle relazioni tra le persone, dell’impegno sociale che si trova in tutto quello che facciamo se lo accogliamo e lo condividiamo, nelle arti e nella vita di tutti i giorni.
Resto in tema “titolo”. Spesso gli album mutuano da un brano specifico, o un passaggio interno alle canzoni mentre tu lo hai suddiviso in due brani distinti, ossia l’opener Blue e la closer Deep Dark, due brani profondamente diversi, anche musicalmente, la prima molto spinta sul groove, la seconda in quasi sua assenza e con la voce “infernale” di Alos a fare da contraltare, almeno alle mie orecchie, ma che, sempre per come li ho sentiti io, hanno un legame molto forte, come se colore e immersione nello stesso, negli abissi, siano condizioni coesistenti, appunto legate, ma in successione diversa da come uno se l’aspetterebbe. Perché hai scelto di “scorporare” il titolo in questo modo e che “fil bleu” (perdonami, rouge a questo punto non mi pareva adatto) credi le unisca?
Nel pensare la tracklist ho invertito il percorso sofferenza-guarigione perché per me era importante cominciare con un messaggio positivo, dalla forza e dall’ebbrezza che quel mare blu mi aveva dato, e chiudere con un pezzo sofferto ma che possiede uno spiraglio di luce. Deep Dark può sembrare infernale perché ho scelto di partire da un’elettronica di Giovanni Lami particolarmente scura, perché poteva ricordare il suono di un ventilatore meccanico, e dalla presenza dell’inconfondibile voce di Stefania “Alos” Pedretti, ma anche qui affido al mare il compito di aiutarmi nel ricucire i pezzi con “golden glue and blue” per ridarmi della luce, anche se filtrata dalle acque abissali, e farmi riemergere.
In Blue c’è il contributo di Moor Mother, il cui ultimo album “The Great Bailout” è appena uscito ed è, a mio modesto parere, uno dei migliori dell’anno già ora. La sua parte di testo va ancora più emotivamente in profondità, distante dalle sue invettive politiche, è poesia allo stato puro. Cosa ti ha portato a pensare a lei e perché proprio in questo brano?
Amo Moor Mother e le sue poesie, amo il suo impegno politico e so che mette quell’amore di cui parlavo sopra in tutto quello che fa. In Blue l’ho immaginata come una voce soprannaturale sparata a 360° da degli speaker in filodiffusione, come una divinità dalla voce di velluto che infonde energia. Ma questo non l’ho detto a Camae nel momento in cui le ho inviato il file con la traccia. Quando è arrivato il suo contributo, sembrava mi avesse letto nel pensiero.
Nella recensione ho sottolineato come Lies (che hai definito la tua “chiave di volta sexy per reagire alla sofferenza che mi stava devastando” e per me è riuscita in modo a dir poco perfetto) sia, a mio avviso, un punto di rottura molto forte e importante nella scena “alternativa” non solo presente ma soprattutto passata e lo è sia per i contenuti del brano in sé (“I wanna have my clit like Pinocchio’s nose and lie lie lie and fuck you all night long” è un passaggio che non smetto di cantare in continuazione) che per il video, e l’ho fatto poiché da sempre noto che sessualità e sensualità siano stati spesso un tabù di un certo mondo “alternativo” (in troppi casi maschiocentrico), come se metterle in campo potesse in qualche modo accomunare troppo all’altro mondo, quello “pop”, squalificandone i contenuti. È una cosa che hai notato anche tu e, nel caso, hai pensato mentre ideavi brano e clip? Quanti e quali tabù ci sono ancora nell’ambiente musicale?
Quel ritornello mi è uscito un giorno un paio di anni fa, così dal nulla, e l’ho tenuto buono lì per il momento giusto. Non stavo ancora pensando veramente al disco, ma sapevo che mi sarebbe piaciuto creare una traccia diversa che trattasse anche il tema della sessualità da un punto di vista “altro”. Il sesso è una delle cose più stereotipate nella nostra società, regolata da visioni eteropatriarcali bigotte, come dici tu (grazie!) maschiocentriche e dal porno “standard” che ha il compito di eccitare di base solo maschi e nel quale esiste una categorizzazione che è raccapricciante. Questo ovviamente non succede nel mondo della sex positivity e body positivity, abbracciate e coccolate dalla comunità queer in cui io mi riconosco. Ho pensato che fosse troppo facile fare un pezzo sexy senza una seconda lettura: perché non mettere anche qui le mie emozioni, quelle provate in un momento, come quello della sofferenza, in cui teoricamente secondo i canoni standard il sesso dovrebbe essere l’ultima cosa a cui pensare? Mi sono registrata mentre stavo avendo un orgasmo, creando un campione che è poi diventato il beat di base della canzone e, dopo averne creata la struttura, tutto il resto del testo è venuto da sé. Sì, è vero che c’è un sacco di paura nel mondo “alternativo” di suonare troppo “pop” perché imprescindibilmente relazionato a tematiche troppo leggere. A tal proposito, credo che dopo il mio passaggio “al lato electro della forza” un po’ di colleghi rockers si siano trovati straniti e magari non mi ascoltino più tanto volentieri. Per me è stato aprire gli orizzonti e far scivolare fuori quello di cui sono fatta che è tutto fuorché omogeneo o monocromatico, è un fluido guidato da una gran voglia di esplorazione e distruzione delle barriere. La società è piena di tabù e la musica anche, ecco perché è importante che il nostro corpo e la nostra arte veicolino contenuti politici.

Mi ricollego in parte alla domanda precedente: il “pop” che affronta tematiche politiche e sociali. In “Deep Dark Blue” queste due componenti convivono alla perfezione, soprattutto in brani come Can I Can U, a cui ha contribuito Skin. Le sue produzioni in tal senso sono state una sorta di faro, gli Skunk Anansie erano in heavy rotation su MTV e loro hanno aperto “Stoosh” con Yes It’s Fucking Political, una bordata senza peli sulla lingua con un messaggio pesantissimo e per me assolutamente vero, ossia che tutto è politico. Il tuo brano è una summa di queste cose, per me, affronta le tematiche della queerness ed è una richiesta di libertà che anziché essere urlata in modo “punk” è cantata, profonda, toccante, cosa che rende il messaggio ancor più potente. Come sei arrivata a voler indirizzare il brano in questo modo? Può oggi il cosiddetto pop, o le sue sonorità, quindi veicolare messaggi politici?
Assolutamente sì. Un po’ l’ho anticipato nella risposta precedente. In più, posso anche affermare che in buona parte la cultura del clubbing attuale ruota su un messaggio di condivisione, di amore e rispetto di corpi e inclusività. Quindi queste barriere si stanno piano piano sgretolando.
In un’intervista su Rumore Edda dice, parlando del periodo in cui suonava nei Ritmo Tribale, che quell’epoca sembrava una “continuazione del ’77, la politica era al centro.” Oggi sembra che lo sia molto meno, nel mondo della musica, e il tuo disco alle mie orecchie suona come uno dei pochi ad affrontare determinati temi che invece dovrebbero essere centrali in questo contesto e in questo periodo storico. È una sensazione che percepisci anche tu, quella di smarrimento e impegno sociale che non filtra tanto quanto prima attraverso dischi, canzoni, artisti e gruppi oppure questo senso di lotta c’è ancora? In tal senso Smash & Destroy è una bella testa d’ariete lanciata contro le purtroppo alte mura del patriarcato.
Credo che in questo periodo storico, da un certo punto di vista, sia rilevante in qualche modo fare parte di una minoranza, una comunità discriminata, o entrare nella categoria dello “strano” o “non normale” per avere l’esigenza di far emergere le ingiustizie, le violenze gratuite e urlarle, perché altrimenti tutti fanno finta di niente, annaffiando l’erba perfetta del proprio giardino fregandosene del meraviglioso albero secolare che muore di siccità fuori dal proprio cancello dorato. Tutto ciò che riguarda la musica è portato avanti soprattutto da maschi, quasi tutti bianchi, quasi tutti etero. Perché mai dovrebbero spendere qualche parola per ciò che non li riguarda? Forse è una visione drastica, e ci sono delle eccezioni ovviamente, ma molte delle mie esperienze e quelle delle mie colleghe parlano di tutt’altro.
Oltre ai brani più sociali c’è anche un fortissimo gradiente emotivo che secondo me trova il suo apice nella struggente December 25th. In che modo, per te, sofferenza e lotta, fragilità e forza convivono all’interno dello stesso lavoro?
Sono tutte parti fondamentali di un lavoro sincero e fatto con il cuore nonché elementi indispensabili dell’esistenza di qualsiasi persona.
Dal punto di vista musicale “Deep Dark Blue” sembra essere una naturale evoluzione di “Everything Burns”, come se ne sviluppasse concetti già espressi, avvolti in un bozzolo e ora liberi, è “duale”, spinto e carezzevole, ma sempre tremendamente coeso. Che legame c’è tra questo album e gli altri tuoi? Come si è evoluta R.Y.F. dal suo debutto a oggi? C’è qualche campo che senti di non aver ancora esplorato del tutto?
Ciò che lega, in generale, tutti i miei album è l’esigenza di mettere in musica emozioni e idee, riflessioni e desideri. La mia evoluzione è stata innanzitutto emotiva. Negli anni sono riuscita a essere meno criptica sia come persona sia come musicista, ho imparato a lasciare andare e far fluire con meno timore quello che tenevo nascosto a causa della mia timidezza. La musica è sempre stata il mio unico modo per esprimere quello che non riuscivo a dire con le parole. Come dico spesso, sono riuscita ad aprire il rubinetto e far scorrere tutto fuori. La “scoperta” dell’elettronica ha fatto in modo che gli arrangiamenti che tenevo segreti nella mia testa potessero incontrare le strutture scheletriche delle chitarre dei primi album e completassero il disegno. Per me c’è ancora tanto da esplorare e provo un’infinita curiosità verso quello che posso ancora mettere in gioco. Gli unici limiti per una musicista come me, che arriva direttamente dal D.I.Y., sono solo quelli di un mondo in cui fare questo lavoro non è ancora considerato tale e in cui non c’è supporto, dove si devono continuamente affrontare la precarietà e l’incertezza, soprattutto di questi tempi in cui i concerti sembrano non interessare come una volta, ma che sono vitali per noi musicist*.
Al di là del fatto che io lo ritenga un lavoro estremamente originale, c’è qualche disco (o artista, in generale) che ti ha ispirato particolarmente durante la stesura di “Deep Dark Blue” oppure tendi a non ascoltare altra musica mentre componi?
Non ascolto musica mentre sto componendo la mia, sono troppo focalizzata in quello che sto facendo.
Ti ringrazio per il tempo che hai concesso a ImpattoSonoro. Spero di vederti presto in concerto! C’è un messaggio in particolare con cui vuoi lasciarci?
Vi lascio con la frase di Emma Goldman che io e Stefania amiamo di più: “Se non posso ballare, allora non è la mia rivoluzione”.
