SabaSaba – Unknown City

Recensione del disco “Unknown City” (Maple Death Records, 2024) dei SabaSaba. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

A volte basta una copertina per far capire a cosa si andrà incontro mettendo sulla piastra un disco. Fronte e retro di “Unknown City” dei SabaSaba sono esattamente così. Due figure diafane che variano di versione in versione, due ombre che si aprono o convergono in un sol punto, ora lucifughe, ora lucifere. A far loro da sfondo alberi e sterpaglie, ancora più dietro le vestigia decadenti della civiltà, la città sconosciuta del titolo che torna a mostrarsi nel poster interno, sfuggente, bicromatica, alienante, lontana e al contempo avvolgente.

Andrea Marini e Gabriele Maggiorotto sono di stanza a Torino e, inevitabilmente, chi ha avuto a che fare col capoluogo piemontese, mentre la puntina attraversa i solchi viscosi dell’album, la vede riflettersi al suo interno, con le sue guglie meccaniche di un passato doloroso, coi suoi ampi spazi di degrado urbano che resistono ai cambiamenti e alla gentrificazione, ma sono le città immaginarie descritte da China Miéville a fare da base per quel che “Unknown City” ha da offrire. Città spettrali, avulse dallo spazio e dal tempo del pianeta che abitiamo e che avveleniamo.

Il film viaggia a scorrimento esageratamente lento, il tempo scandito dalla batteria è un contrappunto che riavvolge il nastro guardando a nocturne raga oltremanica, uno rollio dub in loop soffocanti che si insinua secondo dopo secondo che mostra lati di una techno minimale atrofizzata in velocità e in costante espansione orizzontale, manto di buio acuito da synth algidi, elettronica smontata e riassemblata pezzo per pezzo senza un secondo di rumore bianco, non una pausa come a ribadire il senso di costante oppressione subita dai cittadini, le trame inspessite dalla viola di Ambra Chiara Michelangeli (già alla corte di Teho Teardo) in perdita costante di sembianze e calore, una fusione a freddo con gli sfondi di rumore grottesco assemblati da Marini e Maggiorotto, architetti di una realtà meccanizzata in cui lo spettro umano appare e scompare di continuo. Lo dimostra la voce disumanizzata di Jonathan Clancy che, come un mostro cibernetico, fa la sua comparsa in False Speech e quelle delle Jerome che infestano come spettri nella macchina il rituale fantasmatico di Wrists Free, un’eucarestia aliena e pagana persa in un tempo lontanissimo.

Quello sprigionato da “Unknown City” è un terrore sacro, ucronica descrizione dell’orrore a cui si è sottoposti tra vetro e cemento che mostrano crepe tanto profonde da sembrare insanabili. Arrivano al cuore degli esseri umani e lo ghermiscono in un cono d’ombra che pare non avere fine. Quando l’oscurità splende, nascono album come questo.

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