Billie Eilish – Hit Me Hard And Soft

Recensione del disco “Hit Me Hard And Soft” (Darkroom / Interscope Records, 2024) di Billie Eilish. A cura di Angela Denise Laudato.

Classe 2001, occhi chiari e sorriso malinconico. Questa è Billie Eilish, la classica ragazza della porta accanto che, giovanissima, ha già lasciato la sua impronta nel mondo della musica: nove Grammy Award, due premi Oscar (è doveroso citare quello vinto quest’anno grazie al brano What Was I Made For? scritto per il fortunatissimo film “Barbie”) e oltre cinque milioni di dischi venduti. La ragazza dagli “Ocean Eyes” torna in questi giorni a far parlare di sé con un terzo attesissimo album in studio (ancora una volta prodotto dal fratello e collaboratore Finneas), “Hit Me Hard and Soft”. Album attesissimo, quanto segretissimo, non essendo stato anticipato da alcun singolo estratto e non essendo stata rilasciata alcuna indiscrezione da parte della cantautrice, la quale ad aprile, in un post su Instagram, dichiarava la volontà di volerlo far ascoltare tutto in una volta, un unico viaggio da godersi dall’inizio alla fine: “not doing singles i wanna give it to you all once”. Che la scelta sia stata vincente è fuori da ogni dubbio.

Unica eccezione: la eloquente quanto enigmatica copertina “subacquea” che accompagna il disco. Lo scatto immortala Billie completamente immersa in acqua, il corpo e i vestiti fluttuanti nelle profondità del blu e sopra di lei solo il riflesso di una porta bianca aperta, da cui sembra essere caduta, come una sorta di Alice in Wonderland, versione gotica e marina. Billie Eilish, tuttavia, non è l’unica artista ad aver scelto per la propria cover l’acqua come elemento per esprimere la propria musica e la propria arte. Giusto per citarne qualcuno, ma l’elenco sarebbe infinito: tra i più recenti, il nuovo album di Dua Lipa, “Radical Optimism”, che vede la cantante immersa; tra i più celebri, il disco “Nevermind” dei Nirvana, raffigurante un neonato nudo in copertina che, immerso in una piscina, sembra rincorrere una banconota da un dollaro; e ancora, “Wasteland, Baby!” di Hozier o “Further” dei Chemical Brothers. Una curiosità: la Eilish, da sempre attenta alle tematiche ambientali, ha deciso (scelta encomiabile!) che tutte le copie fisiche dell’album saranno prodotte con materiali 100% riciclabili.

“Hit Me Hard and Soft” è un viaggio nell’io interiore di Billie, attraverso un mondo musicale caleidoscopico, così come le emozioni che gli sottendono. Un disco spiazzante, a tratti inquietante. Le tematiche trattate spaziano dall’infanzia fino a raggiungere i giorni nostri, il peso del successo e le aspettative che il mondo, col proprio faro di luce, punta su una ragazza così giovane. Ad aprire le danze Skinny, ballad essenziale e barocca allo stesso tempo. Chitarra e voce rimuginano su quanto il successo improvviso possa rivoluzionare la vita, tanto da generare sofferenza: “When I step off the stage / I’m a Bird in a Cage / I’m a dog in a dog pound”– canta Billie, come se cercasse la vecchia sé tra ricordi e suoni pop – “And I still cry / Cry / And you know why”. Si prosegue col riff di basso grezzo, a tratti quasi punk di Lunch, esplicita e sexy dedica ad una ragazza (cfr. coming out dello scorso dicembre): “Oh, mm-mm / I could eat that girl for lunch / Yeah, she dances on my tongue / Tastes like she might be the one / And I could never get enough”.

Il viaggio continua con Chihiro, uno dei pezzi più belli del disco (seconda curiosità: lo scorso 23 aprile, l’avatar di Billie Eilish ha debuttato su Fortnite e i più fortunati tra i fan hanno potuto ascoltarne un’anticipazione!). Anche qui troviamo un aspro giro di basso, a tratti cupo, a delineare l’urgenza di respirare a causa delle pressioni sociali: “When I come back around, will I know what to say?” – si chiede Billie, lasciando il posto ad un vortice di synth sul finale, di “Daft Punk memoria”. 

Birds of Feather presenta, invece, atmosfere più soleggiate. Qui la melodia semplice e trasparente controbilancia un testo struggente e introspettivo: “I’ll love you ’til the day that I die / ’Til the day that I die”– canta Billie nel ritornello -“And I don’t know what I’m crying for / I don’t think I could love you more”. Segue il brano criptico Wildflower, coi suoi continui saliscendi di chitarra e voce: “She was cryin’ on my shoulder / All I could do was hold her / Only made us closer until July / Now I know that you love me / You don’t need to remind me / I should put it all behind me, shouldn’t I?”. The greatest e i suoi gli archi, invece, conferiscono alla voce eterea della cantautrice quel quid tragico e arioso insieme: “Let you come and go / whatever state I’m in” – canta Billie con voce flebile e rarefatta per poi esplodere in un climax esasperato ed esasperante.

L’amour de ma vie declina ironicamente la fine di un amore – “I was the love of your life / but you were not mine” – in atmosfere d’altri tempi, impreziosite da sintetizzatori e tastiere. Un pezzo spiazzante e giocoso che, in fondo, ci ricorda che l’unica strategia possibile resta quella di non prendersi troppo sul serio. The diner sa di ossessione, follia e frenesia. Billie canta il disperato desiderio di riavere qualcuno che non c’è più: “I’ll go back to the diner / I’ll write another letter (I’ll write another letter) / I hope you’ll read it this time”. In Bittersuite la voce è sofferta, a tratti onirica: “I don’t need to breathe when you look at me, all I see is green / And I think that we’re in between everything I’ve seen / In my dream, have it once a week, can’t land on my feet / Can’t sleep, have you underneath all of my beliefs / Keep it briеf / I’ll wait in the suite”.

Questo trasognato viaggio “sott’acqua” trova la sua conclusione in Blue; lunga traccia di quasi sei minuti, un delirio ansiogeno e claustrofobico: “I try / To live in black and white / But I’m so blue / I’d like / To mean it when I say I’m over you / But that’s still not true / Oh, I’m still so blue” – e la voce di Billie sembra assumere i tratti melodici di una sirena, sbucata fuori da qualche leggenda dimenticata.

“Hit Me Hard and Soft” è un album impietoso e crudo, pur mantenendo intatta quella eterea sensibilità tipica di Billie Eilish, autentica e cristallina nelle sue fragilità. Ci trascina nel “Blue” di un disco che suona come un’unica lunga traccia di quasi cinquanta minuti. Un canto pop onirico, un racconto da ascoltare con cura, tutto d’un fiato. Come quando si trattiene in gola l’ossigeno necessario per tuffarsi e riemergere poi a respirare, con gli occhi lucidi della consapevolezza dei propri abissi.

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