Soft Play – Heavy Jelly
Recensione del disco “Heavy Jelly” (BMG, 2024) dei Soft Play. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Ogni tanto tocca fare un bel mea culpa, in questo lavoro, per non aver scoperto prima certe band. E un altro per averle scoperte nel modo più sciocco possibile. Io i Soft Play li ho scovati grazie al feed di Instagram che mi ha lanciato in faccia, in uno dei tipici momenti di noia che ci ammorbano tanto, un loro video live. Il pezzo in questione era Punk’s Dead e, inutile dirlo, me ne sono innamorato immediatamente.
Vedere Isaac Holman, alive on stage, si direbbe, gridare come un disgraziato mentre abbatte muscoli e bacchette sui floor tom “Punk’s dead / Cause of you punk’s dead / And to think I believed all that shit that you said / Johnny Rotten is turning in his bed / I was gonna say ‘grave’ but the fucker ain’t dead” e poi caricare ancor di più col ritornello che prende a schiaffi potenti tutti questi poracci che si credono punk ma che punk non sono, beh, mi ha dato del piacere quasi quasi fisico. Internet, poi, è utilissimo. Mi è bastata un’ulteriore ricerca per trovare il video del singolo in cui, a un certo punto, compare Robbie Williams. Come? Sì, mr. Rock DJ che ormai credevo solo aduso a canticchiare per la pubblicità del cibo per gatti. Presta voce (e volto), sale sul bridge, ci mette la sua presenza di popstar anormale ed è tutto bellissimo. Il pezzo pompa benzina, è il tipico “jumpdafuckup” ma virato punk dall’effetto strabordante.
I Soft Play non sono certo di primo pelo, sono in giro dal 2012 e prima il loro monicker era Slaves con il quale hanno attirato le attenzioni di un certo Michael Diamond da New York, meglio conosciuto per essere stato una delle tre colonne che reggevano il tempio Beastie Boys. Mike D ha prodotto il loro secondo album, forse il migliore finora. Non solo, se fate un salto indietro li troverete in Momentary Bliss dei Gorillaz assieme a quell’altro svitato si slowthai. Cambiato il nome a non cambiare è la ferocia e quella vena derisoria tutta anglosassone che li rende ancor più godibili ed eccitanti. Che qualcosa oggi “ecciti” è più unico che raro. Qualcosa che suoni classico senza esserlo ancor di più. “Heavy Jelly”, quarta fatica in studio del duo composto da Holman e Laurie Vincent, è di una lordura impietosa, cattivo, affilato, sornione, oltremodo maligno.
L’altro singolo è Act Violently che, anziché gridare contro le istituzioni, lo fa prendendo di mira gli scooteristi/monopattinisti. Attacca che pare una mitragliatrice thrash metal e partono le grida, l’odio disumano per questi maledetti stronzi che salgono sul fottuto marciapiede e ti prendono sotto, “Vuoi per caso farmi diventare violento, io che di solito sono tutto pace e amore?” è il chorus morbido, pop, che però tradisce tutta la furia che sta sotto il tappeto, pronta a uscire. Perché, lo dicono i due del Kent, a volte la rabbia è sorella della leggerezza. La opener All Things è di una lentezza lasciva, elettrosfiancante, si insinua e poi ferisce partendo a trapano duro. Il punk rock è radice incontrollabile che spacca l’asfalto che, salendo in superficie, dà vita a Bin Juice Disaster ma, ancor di più, alla psicotica John Wick (d’altronde, con un titolo così, non poteva mica essere una ballad) che, sono certo, piacerebbe a Keanu Reeves.
La pachidermica Isaac is Typing… è sporca fino al midollo, mid-tempo assassinato dalle chitarre a mo’ di sega circolare e la formula richiama certo noise-rock d’oltreoceano con una leggerissima iniezione industriale che avvelena il pozzo. Sembrano una versione aggiornata e bombastica dei Buzzcocks quando parte Worms on Tarmac, sobillatori, Holman ci aggiunge un tocco di “rappitudine” che certo male non fa, modus operandi che riappare in Mirror Muscles, un terminator groove metal che tira giù i muri e se ascoltando Working Title troverete leggere similitudini con gli Sleaford Mods non stupitevi, solo che qui c’è molta più violenza sonora. Molta, molta di più.
Tranne in Everything and Nothing, sorta di reprise/tributo sonico a Losing My Religion dei R.E.M., e per questo momento più assurdo di tutto il disco, ché se pieghi il college art rock di Athens ai voleri del punk più male in arnese sei, a tutti gli effetti, un pazzo scatenato e hai tirato fuori un album febbricitante, urgente e fresco (benché non originalissimo). Il tutto su major, senza suonare come la paccottiglia che ci tocca sorbirci ogni giorno.




