Halo Maud – Celebrate
Recensione del disco “Celebrate” (Heavenly Records, 2024) di Halo Maud. A cura di Nicola Stufano.
Il nome di Halo Maud agli ascoltatori più attenti risulterà familiare. Nello scorso settembre, l’artista francese ha prestato la sua voce ai Chemical Brothers, per due dei pezzi più forti del loro ultimo (e ottimo) disco: Live Again e la title track For That Beautiful Feeling. Il passaggio col rinomato duo londinese è stato un ottimo volano per avvicinare un po’ di gente, noi compresi, alla sua seconda uscita, questo “Celebrate” che ci avvicina al mondo di un’artista tutt’altro che alle prime armi e sprovveduta.
Halo Maud nasce come Maud Nadal nell’entroterra francese, la regione dell’Auvergne, quella del Massiccio Centrale che se non fosse per il Tour de France pochi conoscerebbero Nasce in una famiglia musicofila, e giovanissima si trasferisce a Parigi, dove passa da una lunga gavetta attraverso diversi gruppi rock e psichedelici, suonando la chitarra e altri strumenti. Il suo progetto solista parte 10 anni fa, con una prima uscita nel 2018 (“Je suis un île”). Il suo identikit: cresciuta a pane e Sterolab, ma con una voce che rimanda più a Björk che a Laetitia Sadier, manifesta una gran personalità ed inclinazione alla sperimentazione.
“Celebrate” viene prodotto da Greg Saunier, che qualcuno ricorderà come anima e batterista dei poco convenzionali Deerhoof. Può darsi che qualche stramberia sia farina del suo sacco, ma Halo Maud mantiene comunque un disco su toni sensati, sperimentando con misura e con buon gusto. Ecco, ‘buon gusto’ è il leit-motiv che caratterizza la musica di Halo Maud, la quale, per dirla con una frase inflazionatissima di questi tempi, non inventa nulla ma riesce a rendere tutto gradevole e piacevole. Sin dalla title-track di partenza, dove sassofono e batteria irrompono su una partenza apparentemente acustica, aprendo la porta a un’onda psichedelica smussata nella rumorosità ma non per questo poco appariscente.
Il cantato si alterna tra inglese e francese, come nel singolo di lancio Terres Infinies dove al di là delle lingue le basta il più banale dei “pappa-pà” per piantarsi in testa per mesi. L’alternanza anglo-francese è anche a livello musicale, dove momenti di alt-rock anni ’90 molto british e french touch si mescolano senza soluzione di continuità, come in My Desire is Pure. I temi ricorrenti sono tra i consueti della musica psichedelica: il viaggio, l’estasi, la danza.
Si fa davvero fatica a trovare un pezzo che risulti brutto e/o poco orecchiabile, al netto della traccia-ponte Le ciel est grand: sembra proprio che Halo Maud abbia scelto con cura il meglio del suo materiale tra le 12 tracce da infilare in questo disco. Lo stesso Saunier appare in uno dei pezzi dall’inclinazione più trippy (You Float), dove si divertono a pitchare la voce di Maud oltre il ridicolo. L’altro feat del disco è con Flavien Berger, artista psychobilly abbastanza noto in Francia, ed è una vera chicca: Iceberg è la rivisitazione di un pezzo scritto da René Lussier e suonato in una serie di spettacoli dal vivo con Fred Firth degli Henry Cow sul finire degli anni ’80. Due padrini della musica di avanguardia, omaggiati con una prestazione vocale complessa e fedele allo spirito originale. Il disco si completa con un bel finale, tra l’ennesimo trip di Pesnopoïka (è una danza in cerchio bulgara) e la sua coda di completamento Entends-Tu Ma Voix, dove basso e batteria si mettono d’impegno per regalare al disco una chiusura significativa in un minuto e mezzo circa.
In chiusura, Halo Maud si rivela fuori dai confini francesi come un’artista creativa e ispiratissima, fedele a un proprio sound che riesce a rendere la psichedelia un genere ancora vivace, ricco e piacevole. Con un tour estivo cercherà di farsi conoscere in Inghilterra, per ora di vederla in Italia non se ne parla neanche.




