Alan Vega – Insurrection
Recensione del disco “Insurrection” (In The Red, 2024) di Alan Vega. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Della mancanza di Alan Vega in questo desolato (e desolante) panorama musicale non si dice mai a sufficienza. È una cosa che va ribadita, non importa quante volte. Ma sembra che la voce dei Suicide non voglia lasciarci soli nemmeno ora che non c’è più e per questo dobbiamo ringraziare la sua compagna e collaboratrice Liz Lemere. Un ringraziamento, anche in questo caso, men che mai sufficiente.
Il testimone di un “Vega Vault Project” passa da Sacred Bones a In The Red, che di recuperi giganteschi è ampiamente esperta, e anche qua ci si leva il cappello. Ci sono voluti tre anni per dare un seguito a “Mutator”, se in questi termini vogliamo parlarne, ma il lavoro sopraffino di Lemere sul lascito di Vega è giustamente di fino, non si può volere niente di meno. Onorare il lavoro da antagonista di Alan è una necessità.
“Insurrection” – e mai titolo fu più azzeccato per questi tempi permeati di disgustosa repressione – è stato originariamente composto sul finire degli anni ’90, in una New York pre-gentrificazione (spesso forzosa) e quindi ancora lercia come quella che aveva dato i natali all’immonda creatura ideata da Vega e Martin Rev. Alla ricerca di uno scontro frontale, spesso letteralmente trovato, l’artista newyorkese ha creato un mondo oscuro all’interno di un altro ben più apocalittico, perché reale e, di contro, il risultato ottenuto raddoppia quella sentore di malessere che, se prima aleggiava “solo” nella Grande Mela, la “bancarotta morale, il razzismo e il fascismo” (citando Lemere), oggi il miasma si è espanso e quindi l’orrore che traspare qui è decuplicato, assumendo fattezze annientate.
Nello stesso solco sulfureo di “Mutator”, quindi, “Insurrection” fa proliferare quel terrore strisciante che permeava il suo predecessore portandolo alle sue estreme conseguenze. In un’apparente calma vocale, la tachicardica Cyanide Soul strappa le budella, elicotteri che sorvolano la città spandendo paura, sirene lontane, techno psicosi completa che rimbomba in vicoli laidi. A Invasion l’ardito compito del massacro melodico, aperture kosmische e salmodiare che si fa animalità sotto i battiti incessanti di una cassa in quattro che sfonda i muri. La sensuale tribalità mutante di Mercy è ipnotismo agghiacciante, spirito garage alienato mostrificato fino alla mutazione in rave industriale. Tensione sci-fi, distopie demoniache, Burroughs che aspetta quatto quatto dietro l’angolo e si apre la tesa Murder One, quasi dieci minuti di orrore sotto cui si dibattono insetti meccanici e, sopra tutto, Vega a declamare, farsi megafono, distorsione umana, trascesa, il titolo ripetuto ad libitum prima di ululare indiavolato, posseduto. Se Genocide è puro spirito digital hardcore disintegrato, spolpato e sospinto da grida ultrapunk vomitanti strali, Chains si fa luce pulsante synth pop nel buio e nel vuoto al limite del paranoide, un sintomo che non molla mai il corpo.
Si finisce straziati e ricaricati. Pronti ad affrontare l’oppressore. “Insurrection” spinge e più spinge meno ci si vorrebbe arrendere. Se volessimo adoperare una locuzione benché abusata qui perfetta: “Alan Vega è vivo e lotta assieme a noi.”




