Candy – It’s Inside You
Recensione del disco “It’s Inside You” (Relapse Records, 2024) dei Candy. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Hai voglia a dire che l’hardcore è finito. Meglio: hai voglia a prenderti bene per le solite band hardcore che ricalcano stili triti, ritriti, masticati e digeriti. I Candy, a differenza di questi, masticano e digeriscono chi ascolta, poi lo sputano sul selciato senza tanti complimenti.
Per tirare assieme, dare una forma consona al loro nuovo album “It’s Inside You” non è un caso che il gruppo di Richmond chiami al banco mix quel mostro anomalo di Ben Greenberg degli Uniform, ché il suono del quartetto è un maelstrom implacabile che fonde tutto lo scibile industriale a quell’hardcore tutt’altro che finito di cui sopra.
Zak Quiram guida l’attacco frontale, sbraitando come un ossesso, facendo saltare la capsula del microfono, dando fondo a tutto, gola sfiatata, disperazione al servizio di un “pessimismo politico” che è cifra “punk” immancabile. Guardi lo specifico e ti ritrovi stomp atrocemente pesanti come You Will Never Get Me, e anche qua non è un caso che a dividersi il compito delle urla belluine con Quiram ci sia Justin Tripp degli Angel Du$t, tutta questa nuova generazione unita a dare gran mazzate senza controllo alcuno. In Dehumanize Me sembra di sentire una versione hardcorizzata e marcita al midollo dei Fear Factory (il coro “Mechanical warfare” è una dichiarazione d’intenti), anima cybertronica che si ibrida a break assassini e il doppio pedale di Steve DiGenio è una pressa idraulica impietosa. La title-track è un incubo allucinato che fonde i riff brutal thrash di Michael Quick (con supporto alla seconda ascia di David Gagliardi per gentile concessione di quegli altri matti dei Trash Talk, che porta giù un po’ di meshugghismo atto alla bisogna da queste parti) ad assurde dissertazioni jungle, roba da rave che non riappacifica nessuno spirito manco a pregare. Le basi ordite da mmph, fatte di synth, sample e digitalizzazioni assortite più le linee vocali di Mirsy fanno di Love Like Snow un approdo estatico in mezzo all’Ade, non meno spaventoso, non meno sporco, di certo ficcante, materia NIN in piena regola. A portarci a un rave fuori di testa ci pensano Dancing To the Infinite Beat e la mefistofelica Hypercore digital hardcore in piena regola che se siete fan degli Atari Teenage Riot apprezzerete senza se e senza ma.
Anche quando la materia si fa più classica tutto funziona perfettamente, lo dimostra Terror Management, esempio perfetto di blackenedhardcoregrind sbudellatore o Dreams Less Sweet che, a discapito del rimando del titolo agli Psychic TV di Genesis P-Orridge (che l’universo l’abbia in gloria), è una mattonata metalcore bestiale, scuola newyorkese fatta e finita o l’hardcoreggiante pogo igniter Silent Collapse, questa volta il richiamo è sulla costa opposta ma il risultato resta sempre altissimo.
L’ho già detto che i Candy vi si masticano e poi sputano? Sì? Ma è giusto ripeterlo.




