Yambag – Mindfuck Ultra

Recensione del disco “Mindfuck Ultra” (11 PM/Convulsive Records, 2024) degli Yambag. A cura di Andrea Vecchio.

Se volete ascoltare la musica del futuro, ascoltate il nuovo Yambag. Il gruppo di Cleveland (“Clevo”, la città dove la tamarraggine l’ha sempre fatta da padrone) infatti arriva in questi giorni al suo terzo disco e lo fa, come per i primi due, abbastanza in sordina, senza clamore e senza spingere troppo sui social. 

“Mindfuck Ultra” esce per una coproduzione tra Convulse e 11PM Records ed è composto da dieci canzoni per un totale di undici minuti. Se contiamo intro, fischi, rumori di sottofondo che entrano a far parte del minutaggio, va da sé che i minuti di gioco effettivi  siano ancora meno.  Ma è così che l’hardcore dovrebbe essere sempre.  Fedeli alla gommosità dei soliti mostri in copertina, questi quattro folli registrano del powerviolence punk ancora più rock’n’roll rispetto agli esordi di quasi cinque anni fa, parlandoci in maniera grossolana di conflitti, democrazie, diritti e turbe giovanili. 

Nessuna band, ai giorni nostri, suona come loro. Ormai nessuno ci prova nemmeno. I Sacchi di Patate hanno trovato una strada e non l’abbandonano, mentre intorno a loro la brughiera prende il sopravvento. Party Song è scheletrica, la successiva Huff-n-Puff è un’elaborazione di una qualsiasi canzone da high school, Depresión è un manifesto alla condizione umana dei punks e Make Mistakes, con i suoi stop’n’go, è un evidente richiamo ai Charles Bronson.

Lasciando decadere la retorica sul suonare veloce e pesante, sulle mazzate e sui calci, gli Yambag hanno creato attorno a loro una vera e propria narrazione, fatta di icone e comportamenti, grafiche e liriche. Arrivano tutti e quattro da altre esperienze musicali abbastanza simili come Antilles e Grin And Bear It, ma è come se avessero trovato una loro, perfetta, dimensione solo ora, solo negli ultimi anni. La voce fortemente  anni ’90, il caos di chitarra, il basso che rintocca, il senso di disagio che traspare in ogni rullata. Rispetto agli esordi di “Posthumous ponce”, “Mindfuck Ultra” traspare nettamente più sporco e distaccato, come se non gli importasse niente, come se non ci fosse un domani. 

Accanitamente Midwest, accanitamente compagni. 

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