La Municipàl – Dopo Tutto Questo Tempo

Recensione del disco “Dopo Tutto Questo Tempo” (Icona, 2024) de La Municipàl. A cura di Angela Denise Laudato.

Che sia La Municipàl, Romeus, Diego Tempesta Rivera, Mundial, poco importa. Quando c’è la firma di Carmine Tundo, qualsiasi sia il progetto musicale, resta sempre un’unica certezza: un disco dettato da un’inesauribile urgenza espressiva. “Dopo tutto questo tempo”, nuovo album in studio de La Municipàl, è proprio la sintesi perfetta di tale urgenza. Intimo, espressivo e profondo con al centro la tematica delle relazioni umane e dei sentimenti.

Ma cosa accade “Dopo tutto questo tempo”? Spesso ci si perde, a volte ci si ritrova. Alcune volte ancora, fianco a fianco, si resiste alle macerie, alle mode, alle guerre, alle lancette del tempo, alle incomprensioni, alle avversità; uniti nonostante la vita. Il nuovo disco de La Municipàl è “una dedica a quelle persone che restano nonostante tutto, che ti stanno accanto nel corso degli anni e che hanno imparato a convivere con la tua vera natura” – come racconta Carmine– “un omaggio al bene ma soprattutto al male che ci facciamo, e la musica in quei frangenti arriva sempre a salvarti, come un dono raro. Le canzoni sono tutte nate da momenti cruciali della mia vita negli ultimi anni, sono tutti pugni in faccia ricevuti”. Ed è qui che il disco si colora di autobiografia, personale e artistica, tra pennellate alternative rock e rime intrise di tagliente ironia.

Dodici tracce fluide, in eterno movimento, danzano tra sonorità impetuose a vere e proprie melodie capaci di cullarti in una dimensione quasi onirica. La penna di Carmine Tundo è come sempre introspettiva, capace di commuoverti anche se si sfiorano temi attuali o di politica. Si inizia con tutte le complicazioni causate da Il sesso tra ex, tra ironici paradossi e malinconie. Il brano è un susseguirsi vorticoso di immagini che si rincorrono tra le strofe: “Il sesso tra ex infetta le ferite aperte / Causa il cancro ai ricordi più belli / Buchi di memoria sotto i capelli finti”. I toni si acquietano con la ballad Cemento e la voce sussurrata di Carmine che avvolge di poesia un testo crudo e sfacciato: “E se poi dovessi perdermi / E rovinare tutto / Mi daresti un po’ di tempo per riprendermi / Da quello che ho perso / E se poi dovessi perderti / E rovinare tutto / Verresti ancora un giorno a riprendermi / Da questo cemento”.

Odio cantare, brano presentato alla vigilia del Concertone del primo maggio di quest’anno e cantato per la prima volta proprio sul palco del Circo Massimo di Roma, è un vero e proprio ossimoro in musica: le sonorità pop e allegre contrastano con la nostalgia delle parole: “Ho comprato due marche da bollo per certificare / La morte cerebrale del mio io interiore / Ho comprato anche due pizze per riempirlo e bene”. Menzione speciale per i versi di chiusura, “Perché odio cantare / Perché Gianni ha smesso di suonare / […] / E anche Isa ha smesso di cantare”, in cui Carmine accenna alla sorella Isabella Tundo, voce e altra metà del cielo del duo de La Municipàl nella sua formazione originaria, la quale dopo la laurea in medicina, ha lasciato il gruppo per muovere i passi verso la nuova carriera di medico.

Interrotti è un racconto di pioggia, lontananze, rotture dolorose e rimpianti. “Qui sta venendo giù anche il mondo / O non senti neanche quello / Con tutto il marcio che abbiamo addosso?” – canta Carmine e la voce sa di rancore amaro, quello che ti lascia in bocca la nostalgia che frantuma una separazione forzata, come una maledizione – “E allora spero che ti faccia male / E che ti bruci fino all’osso / Spero che ti riempia di botte / Quel tuo vecchio io interrotto / E allora spero che ti faccia male / Un buco nero nell’addome / Ti auguro di avere torto / Anche quando avrai ragione”. I toni però si addolciscono sul finale sussurrato, nella totale impotenza di odiare l’altra persona nonostante tutto il male e le incomprensioni: “E a parte tutto, spero non ti faccia male”.

Arriva poi Giacomo, brano che porta il nome del nipote, inno e celebrazione dei cambiamenti: “Da quando è nato Giacomo, Milano non mi fa più schifo / Da quando è morto il rock and roll, io non mi sento più cattivo / Da quando sento che c’è un’altra parte di me che non conosco / Perdo la testa per la techno e sbaglio un altro disco”. Segue Le hit estive coi suoi orecchiabili ritmi dance in un climax che si trascina dietro L’Albania, il Salento, Colapesce, i Baustelle e Cosmo per poi premere play sui Radiohead, “che vanno sempre bene” e ritrovarsi, come in mezzo a una risacca inaspettata, nella malinconia degli ultimi versi: “A qualcosa di più triste per tagliarti un po’ le vene / Che poi quando esce il sangue si condenserà da solo / E ci farò un rubino rosso e verrò a chiederti perdono”.

Les yeux de è un breve intermezzo malinconico, piacevole consuetudine presente già nei dischi precedenti de La Municipàl, che conferma la naturalezza con cui Carmine Tundo riesce a destreggiarsi tra diversi stili compositivi. Volevo solo parlarti, brano che, insieme a Le Hit Estive, Cemento, Odio Cantare e Giacomo, ha preceduto il disco, è un trionfo di elettronica e ritmo perentorio. Un caleidoscopio di attualità, vita quotidiana e sentimenti, che ricorda un po’ lo stile di Rino Gaetano, ma con un tappeto sonoro decisamente più robusto, coprotagonista indiscusso insieme alle strofe: “Volevo sapere cosa ne pensi di chi bacia il rosario in televisione / E poi gioisce sotto la barba per i barconi giù nel mare / Delle mille poesie di Alda Merini / E di altre mille cose che non conosco / E di altri 1500 mostri sotto il letto / Volevo solo parlarti / Di niente di particolare / Volevo solo parlarti / E restarti ad ascoltare”.

Maledetto Maestrale è un brano ventoso e nostalgico, racconta una storia di mancanza e fuga. L’incipit, “Io e te ci siamo persi tra le fughe di un divano / Come le monetine che svaniscono dietro al cuscino” richiama i versi finali del brano La terza stagione di Dark, contenuto nel precedente disco “Per resistere al tuo fianco”, pubblicato nel 2021, come fosse un continuo della stessa storia. A volte lasciamo i protagonisti intrappolati in un brano e finiamo col chiederci se poi si sono rincontrati o come se la stanno passando. Ecco, quando accadono questi giochi di parole, questi rimandi (parere puramente personale, ne convengo!) è come dare una risposta a queste domande, aggiungere un nuovo capitolo, un nuovo tassello in musica a quella storia: “Maledetto maestrale che ci taglia le guance / Ci fa in mille pezzetti e ci dà in pasto alle onde / Maledetto spettrale vento di seconda mano / Che ci frantuma le ossa senza alcun frastuono / Maledetto maestrale che ci ricorda chi siamo / Tra gli amori clandestini consumati su un divano”. Segue Le antenne e il suo vortice di immagini e ironia che svaniscono nel fumo grigio di un’altra sigaretta: “E anche se poi un altro anno passerà / Un MS morbida ci avvicinerà”.

La title track è una ballad di voce e synth, a tratti ostica: “E anche se non ci sto più / Sono a un passo da te / E anche se tornerò / Con gli occhi spenti e lacrime / E anche se non si può più / Fare a meno di te / Non sopravviverò per un paese che non c’è / Dopo tutto questo tempo” – canta Carmine a voce bassa per lasciare il posto a 60 secondi di noi, outro strumentale e malinconica che ti trascina, per sessanta secondi, in una dimensione onirica e rarefatta.

“Dopo tutto questo tempo” de La Municipàl è un disco sincero e senza filtri, dove il tempo, i legami e le perdite vengono declinate con fumosa malinconia. Perché la musica (e anche la musica di Carmine Tundo) resta la cura a – quasi – ogni cosa. 

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