Deron Johnson – Free to Dance

Recensione del disco “Free to Dance” (Colorfield Records, 2024) di Deron Johnson. A cura di Maria Balsamo.

L’improvvisazione è in grado di scucire l’ordita trama della monotonia. E talvolta può diventare il credo unico dell’esistenza.

Deron Johnson, cultore e promulgatore del jazz, confeziona un piccolo panegirico del genere dal titolo “Free To Dance”, prodotto dalla Colorfield Records. La caratteristica principale dell’innovativa Colorfield (con base a Los Angeles) è quella di incoraggiare gli artisti a comporre in studio, suonando anche strumenti a cui non sono abituati. I musicisti quindi sono spinti a far affidamento tanto sul suono quanto sulla musicalità e sulla composizione stessa.

La vasta conoscenza di Johnson da erudito dal jazz, la versatilità musicale e la sua passione per la narrazione emotiva  lo rendono uno dei compositori più interessanti sulla scena musicale contemporanea. La storia artistica del tastierista Deron Johnson è ricca di eventi degni di narrazione. Inizia a suonare all’età di 16 anni e a 22 anni, verso la fine degli anni ’80, dopo tre anni alla California State University, si unì alla diva emergente del pop Paula Abdul in un tour attraverso il paese a sostegno del suo album di debutto. Scoperto artisticamente nel 1991 da Miles Davis, si unisce presto alla sua band tanto da arrivare a suonare le tastiere nell’ultimo disco di Davis, “Doo-Bop” (1992). Diviene con rapidità una stella nascente nella comunità jazz americana. Nel 1996 inizia a concentrarsi su progetti originali, insieme a registrazioni in studio con artisti tra cui Alanis Morissette, Boz Scaggs e Seal. Dopo una carriera di successo in giro per il mondo e collaborazioni disparate tra le quali ricordiamo quelle con Stanley Clarke e David Sanborn, Johnson è entrato nel team della label TWC, per la quale ha composto musica originale per film e trailer cinematografici,  tra cui “Silver Linings Playbook” (2012), “Osage County” (2013) e “The Founder” (2017). Attualmente Johnson vive a Los Angeles con sua moglie, la cantautrice nominata ai Golden Globe Andrea Remanda, e la figlia Violet.

“Free To Dance” è un lavoro di collaborazione tra Deron e il produttore  Pete Min. Ne viene fuori un LP in sé coeso, libero di passare comodamente dal jazz contemporaneo ai paesaggi sonori dei synth, dall’alt-R&B alla world music proveniente da mondi sconosciuti. L’autonomia è al centro di questo album.  Call Me Back: la voce metallica e roca di una segreteria telefonica appartiene al Principe delle Tenebre di cui Johnson ha raccontato nelle sue interviste. L’ipnotico Miles Davis dà il la alla libertà delle note. L’atmosfera si fa immediatamente calorosa. La confidenza è sincera, nessuna incertezza traspare dalle mani del pianista. Gli elementi elettronici, preminenti all’inizio del brano, svaniscono nella seconda metà di Can a Song Save Your Life lasciando da solo un pianoforte in sordina. Il piano è accompagnato da un contrabbasso e una voce femminile che turbinano armoniosamente l’uno attorno all’altro.

I Don’t Have to Wait For a Clear Day si tuffa in un esplosivo assolo di Mark Turner. La voce di Alan Hampton è circondata da suadenti pianoforti. Un brano in parte ispirato dal lavoro del cantante Bernard Fowler con il compositore neoclassico Philip Glass, e in parte ispirato dalla defunta madre di Johnson.

È principalmente un pezzo strumentale, quindi volevo solo un tocco di qualcosa di particolare. Si tratta di un omaggio a mia madre che era malata mentre stavo registrando questo disco, ed è morta verso la fine della sua realizzazione. Una delle sue canzoni jazz preferite era On a Clear Day (You Can See Forever). Volevo che ci fosse una Clear Day anche in questo album”.

La mistica Santur mima sonorità orientali attraverso un lieve e ipnotico pizzicato di corde. Indubbiamente è il brano più raffinato dell’album. “Free To Dance” è il frutto di dieci sessioni improvvisate. “Entravo e Pete mi chiedeva ‘su cosa vuoi saltare oggi?'”, racconta Johnson. Deron si mostra inoltre abile nel suonare strumenti per lui insoliti come il santur persiano, le strisce di gamelan e il pianoforte Tom Thumb.

Sulla cover minimalista un graffito iconico di linee in libertà che riproducono la sagoma di Deron Johnson, chino sul piano. In fondo alla linea una ballerina è pronta a lanciarsi verso la danza, improvvisando leggiadri passi al ritmo di jazz.

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