The Ghost Inside – Searching for Solace

Recensione del disco “Searching for Solace” (Epitaph Records, 2024) dei The Ghost Inside. A cura di Antonio Margiotta.

Sesto album in studio per gli americani The Ghost Inside dopo il ritorno sulle scene con l’omonima fatica del 2020: un album – quello di quattro anni fa – che segnava la ripresa per l’attività della band californiana, segnata da un pesantissimo incidente stradale avvenuto in Texas nel 2015 durante un tour. La vicenda aveva infatti lasciato sui cinque ferite (mentali e fisiche) non da poco, costringendoli a uno stop forzato e a un lungo percorso di ripresa tra terapia, operazioni chirurgiche e convalescenza.

Non a caso il precedente “The Ghost Inside” era stato accolto a braccia aperte dalla fanbase della band, e più in generale dall’intera scena metal/hardcore globale: un ritorno sulle scene con il sapore di un’autentica rinascita, fatto di testi personalissimi e altamente introspettivi.

Ripreso dunque il proprio spazio, la band capitana da Jonathan Vigil torna dopo quattro anni con questo “Searching for Solace”, ancora una volta per Epitaph Records. Prima dell’ascolto era lecito domandarsi quale direzione avesse deciso di intraprendere la band, che sin dal 2014 con “Dear Youth” sembrava aver (parzialmente) smussato il sound, conducendolo verso un metalcore maggiormente “pulito”. Un processo in cui i The Ghost Inside avevano proseguito nel già citato album omonimo, e che troviamo definitivamente compiuto in quest’ultima fatica.

Sgomberiamo subito il campo da possibili domande: sì, la band si è ammorbidita e sì, questo cambio di traiettoria dipende in larga parte dalla voglia di capitalizzare il percorso musicale finora compiuto. In fondo non va dimenticato che con vent’anni di carriera alle spalle il combo può essere annoverato tra i veterani della scena metalcore degli anni Duemila, e per questo “Searching for Solace” risponde probabilmente all’esigenza di posizionarsi definitivamente nei confronti di un pubblico più ampio.

Non a caso ritroviamo qui tutti i tratti tipi del melodic metalcore contemporaneo, quello appartenente a territori battuti da tempo da I Prevail e Fit For A King solo per citare un paio di nomi. Tra breakdown, basi elettroniche e un uso decisamente più generoso rispetto al passato di clena vocals (Wash It Away, Cityscapes) l’album scorre senza intoppi, a patto di non aspettarsi la band di lavori come “Fury And The Fallen Ones”. Cambia il pubblico, cambia l’età dei musicisti, emerge il già citato desiderio di affermarsi in termini commerciali: tutto questo è un male? Non necessariamente ad avviso di chi scrive, è pezzi dall’ascolto più immediato come Light Years riescono a convincere, facendo il paio con le tracce più heavy della proposta come Wrath o Split, dove emergono con una certa decisione le influenze di matrice djent che ormai da qualche tempo imperversano nel genere. Non sorprende, considerando che in veste di produttore troviamo in quest’album Cody Quistad dei Wage War, affiancato per l’occasione da Carson Slovak e Grant McFarland (August Burns Red, Bloodywood).

In definitiva, se quello che ci si aspetta è un album in continuità con il passato, la possibilità di rimanere delusi è elevata, mentre in caso contrario vi troverete di fronte a un full length metalcore compatto e in linea con le tendenze odierne. Prendere o lasciare, i The Ghost Inside oggi sono questo e sembrano più che decisi a rimanere sul proprio trono. 

Post Simili