Crack Cloud – Red Mile

Recensione del disco “Red Mile” (Jagjaguwar, 2024) dei Crack Cloud. A cura di Maria Balsamo.

Nuvole informi, crepe attraverso le quali passano raggi di luce.

Dopo aver pubblicato autonomamente i loro primi due dischi, i Crack Cloud firmano con la label Jagjaguwar la produzione di “Red Mile”. Il terzo album della punk gang di Calgary (Canada), che arriva a due anni di distanza da “Tough Baby” del 2022, è stato registrato tra Calgary e Joshua Tree in California, località influenzata dalla wave e dal pop sofisticato degli anni ’80, ma anche dalla tradizione punk. Per questa produzione, il deus ex machina dei Crack Cloud, Zach Choy, ha dichiarato di essersi ispirato alle sue radici cinesi, ai racconti di vita dei nonni sotto il regime di Mao e all’atmosfera del deserto del Mojave.

Il primo nucleo dei Crack Cloud si è formato circa dieci anni fa nella periferia di Calgary, realizzando solo EP e piccole registrazioni. Nel 2017 diversi membri della band si sono trasferiti a Vancouver. Dalle conseguenze di questa scissione è venuto fuori il primo album “Pain Olympics” (2020). E da quel momento l’aspetto sonoro del gruppo è diventato cinematografico e comunicativo.

“Red Mile” funge da biglietto di ritorno a casa. Alcuni ex membri della band, infatti, hanno lasciato Vancouver e sono ritornati a Calgary, in quella lunga distesa di terra colloquialmente chiamata “il miglio rosso”. Potremmo dire che il filo conduttore dell’album è la rinascita, il movimento ciclico della vita che intreccia le otto tracce. “Red Mile” è il prodotto di un’intuitiva collaborazione di gruppo, intriso di una melange agrodolce fatta di nuovi inizi e luoghi familiari. Otto brani che si scontrano con ostacoli fisici e psichici: l’esperienza di invecchiare e la volontà di adattarsi a nuove speranze. Un equilibrio sospeso tra il fascino semplice e l’aspetto catartico: siamo in grado di affermare la vita senza negare la morte?

Crack of Life, l’indicatore primo di genere sta tutto nel senso di comunione che caratterizza il brano di apertura. Sussurri umani si accompagnano a battiti di mani. Il tempo che scorre ci inganna ancora, mentre la batteria suggerisce soluzioni alternative alle crepe della vita. Delicate espressioni del pianoforte trasmettono un impercettibile senso di malinconia. The Medium è una seduta di meditazione sul senso delle canzoni rock. La track è intrisa di forme indefinite e suoni empirici. Il senso di attaccamento al concetto di Fede si insinua in ogni angolo di questo brano.

Blue Kite è circondata da polifoniche sezioni elettroniche, esplosioni di sax, da un canto incalzante e da graffi di puro punk. I Am (I Was) fa l’occhiolino al new, canticchiando frasi sull’imparare a convivere con il vuoto interiore. Il brano si tuffa poi in una strimpellata acustica a dir poco trascinante, accompagnata da un pianoforte sbarazzino.

Il collettivo Crack Cloud annovera tra le sue fila, insieme ai membri musicali principali del gruppo (che si esibiscono dal vivo come band), anche un numero di artisti multimediali che operano contemporaneamente nel team di produzione. Il progetto della band, infatti, è rivolto verso una forte attenzione alla narrazione visiva. Il logo del gruppo, inoltre, si appropria del punto esclamativo utilizzato dall’ente Concerned Children’s Advertisers, divulgatore di una serie di annunci di servizio pubblico rivolti ai bambini su vari argomenti (droga abusi, pressioni da parte dei coetanei, esercizio fisico, ecc.), trasmessi dalla televisione canadese dagli anni ’90 fino alla metà degli anni 2000.

Oggi i Crack Cloud hanno imparato a concentrare la loro energia in un lavoro più maturo e vitale. Le strutture romanzesche dei loro dischi precedenti sono state decisamente condensate. Ciò che può apparire come superficialità sonora, attraverso melodie giocose e soliloqui di chitarra ellittica, è in realtà la natura di un disco profondo e accogliente, capace di creare un’atmosfera vissuta non lontana da un quadretto amabile.

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