Cocks – Superliquidator

Sono un cretino. Ogni giorno passa, uguale agli altri, praticamente. Lavoro, casa, cose, cose, casa, lavoro, scrivere sempre qualcosina, che non si sa mai. Te ne vai un attimo, torni per tanto tempo. Il disco dei Cocks di Genova è uscito a fine aprile e non ho mai ancora avuto modo di ascoltarlo per intero. […]

Sono un cretino. Ogni giorno passa, uguale agli altri, praticamente. Lavoro, casa, cose, cose, casa, lavoro, scrivere sempre qualcosina, che non si sa mai. Te ne vai un attimo, torni per tanto tempo.

Il disco dei Cocks di Genova è uscito a fine aprile e non ho mai ancora avuto modo di ascoltarlo per intero. Solo canzoni qua e là, tra amici, soste in auto e social. Avevo persino scritto ad Alberto, il loro chitarrista (che suona anche negli Stiglitz), conosciuto un paio di anni fa in occasione di una presentazione al Buridda a Genova, il Centro Sociale dove milita. Gli avevo detto cazzo che bomba, sembrate i Get up Kids che vanno a mille all’ora, ma non l’avevo ascoltato ancora bene, non ancora tutto. Mi ripetevo “ah però, che figata!” ma la cosa però finiva lì, senza un seguito.

Sono stato doppiamente un cretino perché, ogni volta, mi ripromettevo di scriverci su qualcosa e invece, puntualmente, non ce la facevo, me ne dimenticavo.

“Superliquidator” dei Cocks rappresenta invece un importantissimo punto di svolta, per il punk rock italiano. Finalmente dopo tanti anni, infatti, riusciamo ad ascoltare un disco nostrano suonato come si deve: volumi alti, suoni perfetti, tutti a cantare. Un disco che ti dà certezze, che sai che non ci saranno sorprese perché si tratta di un mondo perfetto. Con le chitarre che, quando iniziano a carburare, diventano totalizzanti, sino a sovrastare gli arpeggi, come succede in Tales From the Sea, o sino a diventare un tutt’uno con la canzone stessa, le sue parole, i suoi attimi, come in Wild Boards, vero e proprio ripassone di tutto ciò che di fondamentale il surf abbia prodotto nella sua esistenza. L’inglese utilizzato dai genovesi ha una pronuncia quasi perfetta, che non crea stridori tra il concetto e la recezione, e questo è un altro dato da non sottovalutare.

“Superliquidator” parla ai ragazzi, è un disco che ti fa immaginare questi quattro figgieu che si ritrovano, che vanno a provare, che escono imbacuccati d’inverno dalla sala prove o a torso nudo d’estate, che hanno delle loro vite e che sono felici di trasmettere qualcosa di importante, nella musica che suonano. Dall’intro, che richiama la pubblicità della micidiale arma giocattolo ad acqua che, parlo per esperienza personale, mi era sempre stata tassativamente vietata, ai riffoni di Nothing Happened, la fanno da padrone Jimmy Eat World e Superchunk, anche se in canzoni come Teenage Dirtbag inizia a prevalere quel sentimento di nostalgia classico del genere più pop-punk californiano alla Bracket.

Fanno tutto in casa, i Cocks, che avevano iniziato a suonare in pieno lockdown, registrando nel 2020 un primo EP: l’etichetta che si è occupata di pubblicare “Superliquidator” è infatti la gloriosa Flamingo.

I stole a song from a dear good friend, I sing quietly in the back of the van, no one heard anything, I can’t understand how I feel this morning. I’m happy in my head, the end the end.

Che sono stato un cretino, l’ho già scritto? “Superliquidator” non è nient’altro che comfort zone musicale.

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