Storefront Church – Ink & Oil

Che quello di Lukas Frank, aka Storefront Church, non fosse un talento comune lo avevamo capito con il suo disco d’esordio “As We Pass”, che per completezza ed eclettismo tutto pareva fuorché, appunto, un debutto. Che lo stesso talento potesse confermarsi e, anzi, ritrovarsi ancora più compiuto e maturo nel secondo “Ink & Oil”, non […]

Che quello di Lukas Frank, aka Storefront Church, non fosse un talento comune lo avevamo capito con il suo disco d’esordio “As We Pass”, che per completezza ed eclettismo tutto pareva fuorché, appunto, un debutto. Che lo stesso talento potesse confermarsi e, anzi, ritrovarsi ancora più compiuto e maturo nel secondo “Ink & Oil”, non era cosa scontata.

L’artista californiano, ex batterista on stage con Portugal. The Man e amico d’infanzia di Phoebe Bridgers, con il suo sophomore alza l’asticella di quel tanto che basta per avvicinarsi alla sua idea di cielo. “Ink & Oil” è un’opera per questi tempi sicuramente rara, costellata di una grandeur che oscilla tra il barocco e il pop orchestrale, non disdegnando però di scandagliare fondali oscuri, ispirati probabilmente da una misteriosa vicenda familiare, quella del prozio, letteralmente sparito nel nulla mentre scontava una condanna in carcere.

Epico, intenso, teatrale, sontuoso, “Ink & Oil” è un lavoro che va inteso però in una dimensione più collettiva rispetto al precedente. Storefront Church, in un disco che vuole essere testimonianza, diagnosi e prognosi, riflette sulla crisi del XXI secolo, sulla mescolanza di incubo e realtà che esperiamo quotidianamente, sulla vacuità delle soluzioni al male di vivere su cui crediamo di appoggiarci. Dal punto di vista prettamente musicale, sarebbe facile per l’artista di Los Angeles appiattirsi sui propri riferimenti, che chiaramente ci sono e rispondono al nome di Scott Walker, Jeff Buckley, Morrissey, Paul Anka: qui, però, a farsi unico è l’approccio con cui Lukas Frank affronta il processo creativo, senza temere di incappare in soluzioni pompose o respingenti, sia per quanto riguarda la costruzione stessa dei brani che gli arrangiamenti, curati in collaborazione con Travis Warner.

In tutto questo, se The High Room e Faith in Oil sono due tra gli esempi di ballate pop sofisticato che potrebbero ambire a palcoscenici più ampi e le struggenti Melting Mirror , Shadowboxing e Divine Distraction dimostrano che anche cambiando mood il risultato non cambia, a ricordarci che Storefront Church vuol dire anche e soprattutto scavare nel caos ci sono The Manhattan Project e Coal, vere e proprie suite oblique, taglienti, imprevedibili, complicate, apocalittiche, che fanno di “Ink & Oil” un album sostanzialmente strano.

Certo, se lo confrontiamo con il precedente “As We Pass“, “Ink & Oil” paga in termini di spontaneità e potenziale di coinvolgimento, a volte sembra perfino rivolgersi a due audience diametralmente differenti, ma sicuramente si innalza per anticonformismo e coraggio. D’altronde sono tempi strani, e il pop rischia seriamente di diventare terreno fertile per la rivoluzione.

Post Simili