Scarcity – The Promise of Rain

Recensione del disco “The Promise of Rain” (The Flenser, 2024) degli Scarcity. A cura di Fabio Gallato.

Ormai investiti dell’aura potentissima di cantori del male di vivere, i tipi di The Flenser riprovano l’ennesima giocata con gli Scarcity. Il progetto di Brendon Randall-Myers – che alcuni conosceranno per essere colonna fondante del Glenn Branca Ensemble – nato come tanti progetti pandemici in forma giocoforza ridotta, si evolve in questo secondo “The Promise of Rain” in una vera e propria band composta oltre che da Doug Moore, che già faceva combutta con Randall-Myers nell’esordio “Aivelut”, da Tristan Kasten-Krause, Dylan Dilella e Lev Weinstein. Tutta gente di esperienza e curriculum, provenienti da realtà come Pyrrhon, Krallice e perfino Sigur Ròs.  

Se l’esordio era pura avanguardia, una sorta di unione catartica tra le lezioni di Branca e il black metal, “The Promise of Rain”, vuoi per l’ampliamento della formazione, vuoi per il ritorno alla normalità post-Covid, si assesta su di una dimensione più canonica, pur mantenendo un approccio comunque assai sperimentale. È chiaro fin dalle prime note dell’opening In The Basin Of Alkaline Grief, dissonanti e stridenti, che l’intento del combo è quello di disorientare, lasciando l’ascoltatore spaesato dopo la fruizione di sei tracce dalla durata e dalla struttura estremamente variabili, che incorporano a tempi alterni elementi di free jazz, noise e math.

Senza voler scadere nel bisogno di conferire patenti di metal, è giusto dire però che i più avvezzi a queste sonorità non ne risulteranno sconvolti, ché gente come Altar of Plagues prima e Liturgy poi ci si sono già inoltrati con risultati eccellenti. L’ascolto di “The Promise of Rain” è comunque piacevole e interessante, soprattutto nei suoi momenti meno scontati, come Undertow, una sorta di doom claustrofobico, la successiva Venom & Cadmium con il suo groove incessante e le voci quasi hardcore e certi momenti della lunghissima Scorched Vision che, a voler stupidamente semplificare, sono i Don Caballero in fissa con il satanismo.

È dunque riuscito a metà questo secondo album degli Scarcity: bello perché riporta in voga una certa vena sperimentale del black metal che in questi ultimi anni si era andata affievolendo, sicuramente però da rivedere perché gli obiettivi che si pone sono ancora lontani da raggiungere e quanto ascoltato non basterà a soddisfare i palati più estremi.

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