Lizzard – Mesh
Recensione del disco “Mesh” (Pelagic Records, 2024) dei Lizzard. A cura di Lorenzo Luzi.
Giunta alla quinta prova in studio, la band francese Lizzard – nonostante solo il frontman e chitarrista Matthieu Ricou sia effettivamente della terra dei lumi – torna finalmente sulla scena dopo “Eroded” (2021), un album molto travagliato soprattutto a causa della pandemia di COVID-19, che ha portato i nostri a registrarlo e lavorarlo quasi completamente a distanza. Con una line-up comprendente sempre la batterista Katy Elwell e il bassista Will Knox, entrambi inglesi, il power trio è tornato sul sicuro per questo nuovo disco, affidandosi al proprio produttore di lunga data Peter Junge, anche se questa volta lo stile di registrazione risulta inedito: se le complicazioni causate dal lockdown avevano portato il gruppo a dover suonare forzatamente divisi, questo nuovo “Mesh” è infatti esattamente all’opposto, ovvero il frutto della presa diretta della band, solo successivamente sezionata e lavorata al mix.
A livello tematico, se l’”erosione” del precedente disco alludeva a quella mentale causata dalla pandemia, in questo caso la “rete” che vorrebbero descrivere i Lizzard è proprio quella delle apparenze dietro le quali ognuno di noi nasconde le proprie emozioni e i propri desideri, soprattutto dopo un evento traumatico globale che ha costretto chiunque alla reclusione, lasciando ferite psicologiche non indifferenti. Il pericolo di trattare un concept del genere, soprattutto quando è ancora così fresco, è quello di rimanere in superficie senza effettivamente scandagliare le complessità dell’animo umano; il pericolo poi si fa ancora più grande se, come per Ricou, si è avvezzi ad uno stile di scrittura molto minimalista ed ermetico, che rischia di scadere in un lirismo generico e poco centrato.
Nelle 10 tracce di cui è composto l’album, molte sono le influenze che si possono ritrovare, a partire dal cantato del frontman, che per tutto il disco oscilla tra Chino Moreno (Deftones) e Anthony Kiedis (Red Hot Chili Peppers) con dei picchi di “cosplay” del primo in New Page e del secondo in Minim. La proposta musicale risulta piuttosto variegata, ma anche qui dai riferimenti piuttosto palesi e poco amalgamati tra loro: Black Sheep, per tutta la sua durata, sembra un enorme tributo ai Karnivool di “Asymmetry“, mentre The Unseen si rifà chiaramente ai The Contortionist di “Clairvoyant“, specialmente nei suoni. I riferimenti ai Deftones invece non si limitano al cantato, ma anche a molte parti shoegaze che, insieme agli intricati arpeggi in pulito, sono forse le parti migliori del disco: si possono ritrovare infatti in Home Seek e Mad Hatters, le tracce migliori del lotto insieme alla conclusiva The Beholder.
È infatti tutta in arpeggio la title-track, che per peculiare scelta artistica è relegata a piccolo intermezzo strumentale (à la Unicorn dei Gojira, dei quali infatti hanno aperto in passato i concerti). Le ultime due tracce sono collegate, e vorrebbero ricreare una transizione simile a quella di Parabol/Parabola dei Tool e, seppur non essendo assolutamente della stessa caratura, risultano forse uno dei momenti più apprezzabili del disco.
Un lavoro questo ultimo dei Lizzard, quindi, che pur non essendo assolutamente un cattivo ascolto, non riesce ad essere più della somma delle proprie parti: può risultare quindi divertente se, come accade per un film come Ready Player One – che però è più della somma delle proprie parti – ci si mette a cercare tutti i riferimenti ad artisti precursori che hanno permesso la realizzazione di “Mesh“. Non a caso, il ritornello di Black Sheep potrebbe esser interpretato proprio come una dichiarazione d’intenti, alla ricerca di un’identità sonora per “riempire quello spazio e diventare uno”.
Are you a part of me?
Black Sheep
I’m out of place
(Let’s become one now)
Are you a part of me?
I can fill the space
(Let’s become one now)
If you are a part of me




