Kwoon – Odissey

Recensione del disco “Odissey” (autoproduzione, 2025) dei Kwoon. A cura di Alessandro Logi.

Il titolo del disco, che si richiama esplicitamente alle antiche vicende di Ulisse, non poteva essere più azzeccato. 

“Odyssey”, infatti, rappresenta il ritorno a Itaca di Kwoon, progetto guidato da Sandy Lavallart sotto l’influenza di band canoniche quali Explosions In The Sky, Godspeed You! Black Emperor e Mogwai. L’album, il terzo del progetto, afferma con forza una rinascita dopo un lungo periodo di stagnazione, a distanza di ben 19 anni dal disco di debutto “Tales & Dreams” (2006) e 16 dal secondo “When the Flowers Were Singing” (2009). Infatti, gli anni ’10 sono stati un intero decennio di stasi, se si escludono l’EP “The Guillotine Show” (2011) e il singolo Swan (2014). 

Qualcosa inizia a cambiare nei primi anni ’20 con la pubblicazione di alcuni singoli. Tra di essi spiccano – oltre a un’interessante cover post-rock del tema di “Interstellar” (2023) – Life (2020), Last Paradise (2020), King of Sea (2022), Blackstar (2023), Jayne (2023), White Angels (2024) e, infine, Youth (2025). Questi sette singoli sarebbero poi finiti tutti in “Odyssey”, insieme ad altri cinque inediti. 

L’album offre un post-rock atmosferico, cinematografico e malinconico, accompagnato da videoclip molto curati dal punto di vista visivo – in particolare, quello di Youth strapperà qualche lacrima a chi ha vissuto la propria infanzia tra gli anni ’90 e i primi ‘00. Ogni singola traccia, pur riconducibile a un’identità unitaria dell’intera opera, è un mondo a sé e funziona anche presa singolarmente.

L’unica nota che lascia un po’ storcere il naso riguarda la traccia scelta per aprire l’album, Leviathan. Il brano, infatti, presenta un tremolo picking e altri elementi sonori che tendono un po’ verso il blackgaze. Trovare un brano del genere all’inizio di un disco sembra suggerire l’inizio di un percorso verso certe sonorità che, però, non verranno effettivamente riprese nelle tracce successive. Mentre la traccia in sé è meravigliosa, il suo posizionamento all’interno dell’album crea delle aspettative destinate a venire disattese. Dal mio personale punto di vista, Leviathan avrebbe funzionato molto meglio come intermezzo strumentale che come intro.

Se escludiamo questa personale obiezione, la lunga e travagliata gestazione di “Odissey”, in fin dei conti, non ha impedito la produzione di un’opera decisamente interessante, che appare in continuità con i lavori precedenti del progetto. Kwoon ci fa viaggiare, dopo tanti anni, tra deserti e galassie, tra memorie di infanzia e delusioni d’amore, in un’Odissea del nuovo millennio. Un disco non perfetto, ma decisamente meritevole di un ascolto.

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