Lady Blackbird – Slang Spirituals
Recensione del disco “Slang Spirituals” (Foundation Music Productions, 2024) di Lady Blackbird. A cura di Giovanni Davoli.
Sono passati tre anni da quando uscì il primo album di Lady Blackbird, al secolo Marley Munroe, “Black Acid Soul”. Da noi prontamente recensito (qui) con entusiasmo. Abbiamo poi assistito con soddisfazione all’affermazione dell’artista, anche nel nostro paese dove è venuta più volte a farci visita, nei club e nei festival estivi. Nel frattempo sono usciti una sfilza di singoli, poi aggiunti in una versione deluxe dell’album d’esordio, che davano l’impressione di voler capitalizzare il successo commerciale (“Black Acid Soul” ha raggiunto la sesta posizione in UK), accreditandola come la nuova voce del black soul. A metà strada tra la pop star, tipo Beyoncé e l’alfiera di una tradizione più che centenaria di cantanti afro-americane radicate nella musica del loro popolo, con produzioni un po’ laccate e impersonali, a dire il vero. Meglio piuttosto il brano in collaborazione con Moby, dark days e la cover di Slave to the Rythm con Trevor Horn. Due grandi, accorsi a benedire la stella nascente.
Con “Slang Spirituals” il nastro viene riavvolto e si ricomincia. Ad affiancare Lady Blackbird c’è sempre il suo scopritore, Chris Seefried: responsabile della produzione, delle musiche, nonché di buona parte delle chitarre e delle tastiere. Laddove “Black Acid Soul” suonava perlopiù intimo, riflessivo e “downtempo”, “Slang Spirituals” ha tutto un altro umore.
“Show me the joy in the city/ No time for pity / Love down and dirty / You take me / Make me laugh ‘till tomorrow / No time for sorrow” si canta in The City. Un disco estroverso, spesso adrenalinico e “uptempo”. Il tutto comunque nei solchi del soul/r&b classico, anni ’60-’70, con momenti psichedelici (When the Game is Played on You, Whatever His Name). Poi c’è l’opener, Let Not (Your Heart Be Troubled) che sembra preso a forza dall’iconico musical di quegli anni, “Hair”. Il tutto con protagonista sempre lei, Lady Blackbird, con una voce che vi fa drizzare i peli delle braccia e incrinare i vetri delle finestre. Gli arrangiamenti sono ariosi, più pieni che in “Black Acid Soul”, sostenuti da strumenti in voga nell’epoca succitata, come Moog, Hammond, Mellotron, Clavinet, Armonium e in più archi e tanti cori e controcanti eseguiti dalla stessa Munroe.
Recensendo la precedente prova, parlavamo di “un disco radicato nella tradizione, eppure così moderno.” E aggiungevamo, con molto ottimismo, che il target non erano “i bianchi di mezza o terza età, nostalgici del vecchio jazz accompagnato da un vino d’annata e da quattro chiacchiere esistenzialiste con gli amici. Bensì i più giovani”. Dubito che sia poi andata così e malgrado quelle che magari erano pure le intenzioni, il meritato successo sembra sia dovuto soprattutto a noi bianchi di mezza età.
Ma che c’importa di fronte a un blues cantato a squarciagola, accompagnato da un clavinet alla Stevie Wonder e da un ritmo sincopato (If I Told You)? O un soul alla “Blues Brohers” sostenuto dall’organo Hammond (Like a Woman)? L’emozione che proviamo torna ad essere la stessa di quando “da giovani” abbiamo scoperto la musica “del diavolo” o quella “dell’anima”, capendo che non saremmo mai più usciti da lì.
Che sì, poi avremmo provato e amato anche tante altre cose, da ascoltatori onnivori e bulimici quali siamo. Ma sempre lì torniamo, quando vogliamo sentire il sangue e la vita scorrerci tra le vene, così come scorrono urgenti nella voce di Lady Blackbird.




