High Vis – Guided Tour

Recensione del disco “Guided Tour” (Dais Records, 2024) degli High Vis. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

E ora qualcosa di completamente diverso, dicevano i Monty Python, ma non vorrei esagerare citando il famigerato gruppo comico inglese, perché quella che in cui gli High Vis si sono invischiati col loro terzo album non è affatto una svolta totale ma di sicuro qualcosa è cambiato.

La band londinese, finora, non è stata di certo tra le più blasonate del tanto decantato post-punk 3.0 (a voler semplificare le cose) e, benché i numeri già ci fossero, magari non altissimi, ancora con “Blending” del 2022, il loro pagare dazio alla primo ritorno di fiamma del genere e a certo, con tutti i crismi derivativi del caso, era ancora fin troppo evidente, seppur la chiara volontà di spingersi oltre già cominciasse a mostrare i suoi frutti, germogli di hardcore sparsi qua e là e un’attitudine decisamente più oscura di tanti colleghi li rendevano potenzialmente già, per l’appunto, diversi.

Per cambiare, spesso, non è necessario stravolgere totalmente una formula, semplicemente innestarvi quel qualcosa in più atto a renderla finalmente matura, e così fanno gli High Vis, introducono quell’altro che fa la differenza. Non si sono svegliati una mattina decidendo che il britpop meritava di essere chiamato in causa come hanno fatto quelli là di Dublino (sfornando un disco pressoché inutile, con la faccia tosta pure di insultare i purtroppo redivivi Oasis, come se non li avessero rapinati ad armi spianate), bensì hanno affinato quel lato del proprio sound. Lo si sente bene in Guided Tour, brano che dà il titolo all’album, trait d’union con il passato, ma che subito lascia spazio a quei germogli di cui sopra ormai sbocciati. La rabbia sopita nella voce di Graham Sayle esce allo scoperto e fa coppia con le chitarre roventi di Drop Me Out, un’attitudine punk che sta bene anche quando le melodie Novantiane si fanno ingombranti su Feeling Bless, rumorose e aperte (come se The Edge fosse stato invitato a suonare un pezzo degli ultimi Dinosaur Jr., per intenderci), in una sola parola: sporche.

Il vero nuovo, però, emerge nella disintegrazione gothic-hc che Rob Hammeren e Martin MacNamara operano smantellando Mob DLA, brano sanguinoso e affilato che racchiude un ritornello a presa rapida che però non lo rende meno massacrante o qualcosa di cui Bob Mould non sarebbe in qualche modo fiero. Da qui in avanti lo sguardo si sposta verso le affiliazioni chimiche che furono care a Happy Mondays e certi Primal Scream, dando forma a brani come Untethered, acido psych-pop trangugiato alle prime ore del mattino, e Mind’s a Lie, vero e proprio punto di svolta del sound del quintetto londinese, una sbronza colossale di rave culture incastrata in un stretto imbuto post-punk, paranoia urbana e delirio sintetico processato attraverso gli strumenti, un colpo dritto al cervelletto, in pratica, il punto da cui costruire qualcosa di veramente, finalmente, diverso.

Guided Tour” non è la rivoluzione in sé e per sé (i punti di derivazione sono ancora tanti), ma è la pietra fondante di una trasformazione che, dopo tre album, sembra dover arrivare, col traguardo in vista. Basta avere il coraggio di osare ancora un po’.

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