Sugar Horse – The Grand Scheme of Things

Recensione del disco “The Grand Scheme of Things” (Pelagic Records, 2024) dei Sugar Horse. A cura di Cinzia Milite.

Il nuovo album dei Sugar Horse, “The Grand Scheme of Things”, segna un capitolo significativo per la band, ormai diventata sinonimo di suoni massicci e atmosfere complesse. Il gruppo britannico si allontana dalle strutture musicali più dilatate del passato, prediligendo un formato più compatto nelle tracce che compongono questo lavoro, ad eccezione del finale imponente di quasi 25 minuti. Questa scelta sembra una riflessione sull’essenzialità, riducendo i tempi di esecuzione senza sacrificare la profondità emotiva e sonora.

“The Grand Scheme of Things” mostra una band in evoluzione, che si spinge verso territori più accessibili senza abbandonare la sua identità di fondo. La capacità dei Sugar Horse di combinare elementi post-rock, shoegaze e suggestioni più pesanti è ancora presente, ma con una maggiore attenzione alla giustapposizione di sonorità morbide e aggressive. Questi contrasti, che sono stati sempre una parte fondamentale del loro stile, qui emergono con maggiore chiarezza, rendendo l’ascolto più diretto e, a tratti, meno oscuro.

Non mancano tuttavia momenti di pesantezza, che vengono dosati sapientemente per creare tensione e rilasci emotivi. Le linee vocali di Ash Tubb sono tra i punti di forza dell’album, capaci di passare da toni delicati e sognanti a esplosioni di rabbia controllata, dando vita a un continuo dialogo tra fragilità e potenza. Questo dualismo viene sostenuto da una sezione strumentale che costruisce veri e propri muri di suono per poi smantellarli, lasciando spazio a momenti di quiete e riflessione.

L’album, nonostante alcuni momenti più deboli, riesce a sorprendere e a mantenere un buon livello di coerenza e varietà. C’è però un rischio nella scelta di spingersi verso un sound più “notevolmente meno metal”, come definito dalla stessa band: per quanto l’intenzione sia chiara, alcuni brani risultano meno incisivi, con dinamiche che tendono a ripetersi senza apportare variazioni significative. L’abilità dei Sugar Horse di gestire queste transizioni è comunque indubbia e in più di un’occasione riescono a catturare l’attenzione dell’ascoltatore grazie a improvvisi cambi di registro che fanno risaltare la loro vena più sperimentale.

Infine, il brano conclusivo, Space Tourist, rappresenta un momento cruciale: è una traccia che si muove tra minimalismo e grandiosità, ma che rischia di spezzare il coinvolgimento emotivo accumulato fino a quel punto. Gli ultimi 20 minuti di rumore sperimentale sembrano quasi una provocazione, e lasciano l’ascoltatore con un senso di incertezza, forse non del tutto meritato, ma che riflette la natura mutevole e coraggiosa del gruppo.

In sintesi, “The Grand Scheme of Things” è un album che conferma la voglia dei Sugar Horse di esplorare nuove vie espressive, senza però rinnegare le loro radici più cupe e dense. Una sfida riuscita a metà, ma che dimostra comunque l’inesauribile spinta creativa di una band sempre pronta a rimettersi in gioco.

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