Andrew Bird & Madison Cunningham – Cunningham Bird

Recensione del disco “Cunningham Bird” (Loma Vista, 2024) di Andrew Bird & Madison Cunningham. A cura di Antonio Boldri.

La prima metà degli anni Settanta non mi ha mai riempito il cuore. Fatte le dovute eccezioni, è sempre stato un periodo musicale un po’ arido per i miei giusti, probabilmente ancora inebriati dei profumi di Dylan e dei Beatles. Ecco perché il disco di Lindsey Buckingham e Stevie Nicks, “Buckingham Nicks”, non era mai entrato nei miei radar, per tacer dei Fletwood mac, bellamente ignorati da sempre.

Ci ha pensato il buon Andrew Bird, che invece transita nelle mie orecchie da almeno un decennio, a colmare questa perdonabile lacuna. Dal reinterpretare classici del jazz al cantautorato di “Armchair Apocrypha”, passando per le “Echolocations”, i canti natalizi di “Hark!” e la colonna sonora di The Young Pope, Bird è autore e  musicista poliedrico e prolifico. Compagna di viaggio in questa rilettura di un album altrimenti dimenticato dai più, compresa sua maestà Spotify che non lo annovera in alcuna discografia e che chiama in causa dei live pur di darci in pasto qualcosa, è Madison Cunnigham, artista di ben 23 anni più giovane, con la quale instaura un sodalizio proficuo.

La rilettura di “Buckingham Nicks” targata “Cunningham Bird”, infatti, spoglia l’album originale di tutti gli svolazzi degli anni settanta (l’ho già detto che i primi 70’s non mi aggradano?) e rielabora con sonorità attuali le canzoni. Che prendono immediatamente tutta un’altra piega. 

Fin dai primi secondi dell’introduttiva Crying in the night, che colpiscono per essere immediati e assolutamente d’impatto. La voce della signorina Cunningham, squillante e decisa, ma altresì delicata, parte a gran velocità, senza preamboli, e ci strattona verso il suo canto e la sua musica. Il violino del dottor Bird ci accompagna dentro con le sue solite arie pizzicate, i suoi arabeschi fluttuanti e un timbro inconfondibile. La canzone di apertura è, senza dubbio, la locomotiva dell’intero album nonché il pezzo pregiato e meglio riuscito.

In pieno stile Bird segue lo strumentale Stephanie, raccordo verso il dittico Without a leg to stand on/Crystal. Tutto scorre bene: liscio, leggero, lieve. Non sembra di trovarci di fronte ad una rilettura di un LP che ha visto i natali cinquanta anni or sono. Dall’oceano dei folksingers americani spunta questa coppia pregiata che lo rielabora e lo attualizza, fino a renderlo qualcosa di contemporaneo. Siamo dentro all’incanto di due voci che si intrecciano alla perfezione  e che sembrano aver trovato la chiave per incidere un grande componimento.

Sembra.

Long distance Winner declina verso un ammaliante ma deleterio assopimento e poco può la verve non indomabile di Don’t let me down again che, sì, rialza il ritmo ma non lo esalta, nonostante qualche punta di country qua e là ravvivi un ambiente ormai propenso alla pigrizia. La storia prende una china diversa, più faticosa, meno accattivante. La sensazione di incanto e freschezza che mi aveva pervaso sulle prime battute si disperde, sgretolata poco a poco. Django, secondo strumentale, introduce la coda composta da Races are Run, Lola (my love) e Frozen love. Il trio finale conferma il sospetto che il meglio sia già trascorso e che il tono sbarazzino di Crying in the night sia scemato in qualcosa di manieristico, vischioso, poco incisivo, con la conclusiva Frozen Love a adagiarsi nelle comode (?) atmosfere degli anni settanta: la benzina è finita?

Difficile a dirsi.

Certo, “Cunningham Bird” è un album dalle due facce. Giano. Promette molto, trova qualche guizzo, qualche evidente intuizione, concentrata sul lato A. Ma, alla lunga, nella sua interezza non regge e non mantiene il brio della sua prima metà, perdendo spinta e ispirazione, rifugiandosi nel mestiere; di grande qualità, indubbio, ma dalla scarsa originalità.

Peccato.

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