Max Richter – In a Landscape

Recensione del disco “In a Landscape” (Decca Records, 2024) di Max Richter. A cura di Pablo Monterisi.

Musique d’ameublement, musica d’arredamento, come definì Erik Satie quello spazio sonoro in cui la musica non ha bisogno di essere ascoltata. John Cage la reputava necessaria per “fare uscire il compositore dalla sua individualità, restituendo ai suoni la libertà di essere se stessi”. È sotto questo grande influsso di John Cage (la cui omonima In a Landscape, del 1948, adopera cicli continui di un medesimo spazio armonico, in cima al quale gravita una scala lievemente conflittuale) che si sviluppa l’opera di Max Richter, che ci ricorda che Cage non potrà mai esaurirsi, dovessero trascorrere migliaia di millenni di ricerca sonora.

Composizione ridotta all’essenziale: carta e penna. Organico semplice: quintetto d’archi, pianoforte, un Hammond e un MiniMoog. Suoni processati con molta morbidezza attraverso riverberi, delay a nastro e un vocoder. Brani sulla riconciliazione di polarità opposte: elettronico e analogico, essere umano e natura, antico e presente. Un richiamo tematico ai magnifici “Blue Notebooks” (2004) e “Memoryhouse” (2002).

Uno strumento domina sugli altri: lo Studio Richter Mahr. È il primo lavoro solista che Richter realizza nel suo studio, messo in piedi assieme a sua moglie Yulia Mahr, poliedrica artista ungherese. Uno spazio di ritiro e meditazione, dove ciascuna stanza conferisce un timbro specifico alle sorgenti sonore, un’ariosità più o meno pronunciata. Lo studio ha vita propria. Nei vari intermezzi Life Studies sentiamo infatti le assi di legno del pavimento che scricchiolano, l’olio che frigge in cucina, l’eco di un pezzo di Mozart che risuona nell’atrio, un vociare lontano. Torna in mente The Manor Studio, che ha modellato a sua immagine le musiche di John Cale, Mike Oldfield, Tangerine Dream e Magma, per citarne alcuni.

Una dichiarata, costante ripresa del passato, con la rievocazione delle immagini proto-ecologiche di Wordsworth e del poeta Peter Redgrove in And Some Will Fall e Late and Soon. Love Song (After JE), invece, adopera una linea di violino scritta dal compositore inglese del diciassettesimo secolo John Eccles, con un accompagnamento di pianoforte che mette in piedi un magnifico dialogo estemporaneo. A Eccles, peraltro, piaceva molto pescare. Si torna ai tempi lunghi, musica d’occasione e di attesa. Dopotutto, non è la prima volta che Richter attinge ai compositori del passato per i suoi lavori, vedi l’ottimo “The New Four Seasons – Vivaldi Recomposed”, del 2022. Altri autori dichiaratamente ripresi sono Bach, Purcell, Keats e Anne Carson.

In conclusione, Richter è più vicino che mai a riconciliarsi con la sua personale tradizione, fatta di compositori di musica d’occasione (cui egli stesso appartiene), naturalismo inglese e musica del canone classico europeo. Un lavoro squisito.

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