Riccardo Roveda – Escaping Rules

Recensione del disco “Escaping Rules” (Memory Recordings, 2025) di Riccardo Roveda. A cura di Sergio Bedessi.

Attivo sulla scena live, dopo aver calcato palchi importanti come Piano City e il Fuorisalone di Milano e portato le proprie atmosfere suggestive in luoghi inusuali, come il Parco del Centenario e il pionieristico concerto in alta quota sul Mottarone, Riccardo Roveda, pianista e compositore, torna con l’album “Escaping Rules” che esce oggi 14 novembre 2025 per Memory Recordings.

Dopo i precedenti “Afterglow” (2020) e “A Piano Guy in a Crowded World” (2024) e vari singoli ed EP come “A Piano Guy in a Fast World”, anticipato dal singolo Waver l’artista si ripresenta con un vero e proprio concept album composto da otto brani che si dispiega all’ascoltatore come una esperienza di rinnovata prospettiva sul mondo, qualcosa di simile a una rinascita.

Riccardo Roveda è un pianista e compositore che fonde l’intimità delle sonorità del pianoforte con la potenza dell’elettronica, formatosi nel pianoforte classico, jazz e in composizione, ha poi approfondito la produzione di musica elettronica, esibendosi in eventi di grande rilievo così come in location particolari e uniche. L’album appena uscito, “Escaping Rules”, è il risultato del perfetto bilanciamento di un percorso di studi rigorosi e di una sensibilità artistica particolare, un prodotto artistico effettivamente carico di emozione, che già dal titolo stesso fa intuire come le sonorità fungono da vie di liberazione dalla condizione presente.

Pezzi riflessivi e organici a partire dal primo, Waver, stilisticamente molto simile a Sneak Peak, con l’uso del pianoforte verticale aperto e microfonato in modo da percepire sensibilmente il muoversi delle meccaniche, espediente che contribuisce a mettere questo strumento al centro, quasi un cuore la cui narrazione si intreccia poi con le sonorità elettroniche che forniscono bassi vibranti, ritmi avvincenti e atmosfere ambient. La fusione è perfetta, anche se forse risente un po’ troppo di questa tendenza del momento, propria di una serie di artisti neoclassici, come per esempio Ólafur Arnalds e Hania Rani, di usare le sonorità delle meccaniche, anche se nel caso di Riccardo Roveda è magistralmente mantenuta su una linea molto equilibrata. La seconda traccia, Exit, assume il valore di una porta simbolica, apertura potenzialmente capace di trasportare l’ascoltatore in un universo pervaso dalla forza catartica della musica di Roveda, in un viaggio che si conclude con The Time We Left.

Un album piacevole, sognante, che offre all’ascoltatore un percorso musicale immersivo denso di emozioni delicate. 

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