Skullcrusher – And Your Song Is Like a Circle
Recensione del disco “And Your Song is Like a Circle” (Dirty Hit, 2025) di Skullcrusher. A cura di Nicola Stufano.
Arriva l’inverno e puntualmente rispunta Skullcrusher, cantautrice che aveva base a L.A., con solide radici folk ed elettroniche che le permettono una scrittura distintiva e istintivamente malinconica. Con l’esordio “Quiet The Room” ci aveva sorpresi e spiazzati: un concept algido e malinconico dedicato alla sua casa d’infanzia ormai abbandonata, ma rimasta nei ricordi, ci mostrava un’artista dotata di un grande potenziale narrativo, dotata di coraggio ed eloquenza.
Il ritorno dopo 3 anni arriva al termine di diversi passaggi nella vita dell’artista: la decisione di rompere con Los Angeles al termine di una relazione e tornare da sua madre a Hudson, nello stato di New York, e la conseguente nuova solitudine e necessità di ricostruire una vita. Una dipendenza dagli psicofarmaci dalla quale liberarsi e finanche la grave malattia del suo gattino Finn, che la mette di fronte alla responsabilità di prendersi cura di una vita. Tutto ciò non appare in modo evidente in “And Your Song Is Like a Circle”, che rispetto al precedente appare come un disco più vario, meno scheletrico, seppur rimanendo su uno stile indie folk contaminato da passaggi di droni.
Il titolo del disco prende ispirazione dalla “Città Incantata” di Miyazaki e dalla circolarità della sua trama, oltre che avere spunti letterari romantici e ottocenteschi (Maelstrom è un omaggio all’omonimo racconto di Edgar Allan Poe). Delle 10 tracce la prima, March, è la più asciutta con i suoi accordi secchi di piano e col suo incipit iniziale desolante, «What do i live for?», un tratto parecchio in continuità col disco precedente rispetto a ciò che verrà.
Dal singolone Dragon difatti si cambia radicalmente musica, con una batteria sintetica che fa suonare il tutto molto anni ’90, una variante pop di certi pezzi degli Slowdive, cosa che tornerà in Maelstrom, alternandosi a pezzi più acustici e delicati come Living e Changes. L’aspetto notevole di Skullcrusher è la sua capacità di scrivere canzoni malinconiche ma in qualche modo orecchiabili, compiute e convincenti, o se non altro di selezionarle per un disco che non abbia punti deboli o momenti di stanchezza. Exhale spicca sul resto, rappresentando un momento più ‘sanremese’ (non credo che Helen Ballantine abbia padronanza con questo concetto, ma non saprei come meglio spiegarlo a un lettore italiano) nel quale c’è la caratteristica ‘apertura sul ritornello’ che ti fa immaginare Carlo Conti pronto a portarti un mazzo di fiori.
Cos’altro dire di “And Your Song Is Like a Circle”? Chi l’ha recensito prima di me l’ha definito un disco di transizione, e mi sento di sottoscrivere questa tesi; solitamente la si usa quando un disco ha qualcosa di buono ma non convince del tutto. In questo caso siamo in una situazione differente: il disco è piacevole e lascia intravedere del talento ancora inespresso, suonando come una raccolta di (belle) canzoni senza un disegno consapevole alle spalle, come per “Quiet the Room”. L’essere in una fase mutevole della propria vita, lo stesso trasferirsi può essere concausa di questa imprecisione.
Continuiamo dunque ad ascoltare Skullcrusher e a seguirla con interesse, il terzo disco potrebbe rivelare ulteriori sorprese.




