Mont Baud – Contro il giorno
Recensione del disco “Contro il giorno” (Nessun Records, 2024) dei Mont Baud. A cura di Andrea Ghidorzi.
“Contro il giorno”: i Mont Baud esplorano un immaginario fatto di ombre e inquietudini, dove il buio non è solo assenza di luce ma una dimensione di libertà, alienazione, e ribellione. Le sette tracce dell’EP rappresentano un rituale catartico, un rave esistenziale in grado di strappare via la superficie del quotidiano per sprofondare nell’abisso. Le produzioni, potenti e distorte, uniscono techno, grime e un’attitudine accelerazionista che spezza i confini di genere, conducendo l’ascoltatore in una purificazione onirica. Un’esperienza dionisiaca e viscerale.
Lo ribaltiamo, perché è punk e, soprattutto, giusto così.
Contro il giorno. Un’ode al caos notturno, dove il nero diventa un rifugio sicuro. I rumori urbani si mescolano a ossa cadenti e silenzi stipati. Una confessione di allontanamento e connessione, dove il buio non teme, ma accoglie. Un viaggio tra i sussurri e i clangori di una città che si spegne. Il sound alterna sintetizzatori densi a esplosioni percussive, quasi ad evocare un ambiente in disfacimento. Le voci si intrecciano tra solitudine e intimità, come se dialogassero con il buio stesso.
Segue un inseguimento sporco e febbrile. In Dura, Il tempo accelera e si deforma tra corse disperate e segreti nascosti. Una dose di rabbia e adrenalina in bilico sull’orlo dell’incendio. Una cavalcata frenetica con suoni distorti e ritmi serrati che ricordano una corsa senza fine. Il basso pulsa come un cuore accelerato, e gli accenni di synth industriali aumentano la tensione. Il brano esplora dinamiche di velocità e rischio, con un climax sonoro che lascia senza fiato.
Tra adrenalina e velocità, arrivano i Guai. La violenza e il desiderio si intrecciano in un thriller decadente. Amore e morte diventano un ballo macabro, sussurrato nelle stanze di un hotel intriso di colpa e sangue. Con un’ambientazione noir, questa traccia fonde un piano cupo e ritmi downtempo con un cantato che rasenta la confessione. È come se la musica stessa oscillasse tra eros e thanatos.
La solitudine grida nel sottosuolo, nuda e cruda. Una riflessione sul tempo che soffoca e sull’orrore della consapevolezza, tra crolli interiori e richieste di essere spenti. Ultimo grido è un brano che si immerge nella cruda solitudine, intrecciando synth dolenti con texture ambientali ossessive. La struttura, frammentata come un flusso di coscienza, è enfatizzata da beat metallici e stratificazioni vocali soffocate. La canzone esplora il vuoto con una grazia disperata, lasciando il suono sospeso nel vuoto.
Il tutto cessa tra pioggia, ombre e frammenti di sogni. Il protagonista si dissolve in un paesaggio grigio, malinconico, dove perfino il risveglio è un tradimento.




