Tremonti – The End Will Show Us How
Recensione del disco “The End Will Show Us How” (Napalm Records, 2025) di Tremonti. A cura di Sergio Bedessi.
Già insignito del titolo di chitarrista del decennio 2010 – 2020 da Guitar World, Mark Tremonti, che nella sua carriera ha venduto oltre 60 milioni di dischi, chitarrista heavy metal degli Alter Bridge e prima dei Creed, ma anche cantautore e compositore, è uscito il 10 gennaio 2025 con un suo nuovo album “The End Will Show Us How” per Napalm Records realizzato con la sua band, Tremonti (Eric Friedman chitarra, Ryan Bennett batteria e Tanner Keegan basso).
Si tratta del sesto album nella discografia personale e del diciannovesimo nel complesso della sua produzione artistica globale (nella quale anche un Grammy Award). Tutto questo, considerata la sua carriera trentennale, lo conferma come uno degli artisti più importanti del genere heavy metal come musicista, compositore e cantante dalla voce strepitosa e controllata, perfettamente capace di passare dai pezzi più hard rock ai pezzi di Frank Sinatra, cantati in passato per beneficenza.
Tremonti è un musicista dal profilo complesso, prolifico ed eclettico, un’icona del mondo della chitarra, un uomo con qualità non solo artistiche, ma anche umane, che ci regala oggi la sua ultima creazione dopo precedenti celebri uscite fra le quali “Marching In Time” (2021), “A Dying Machine” (2019), “Dust” (2016), “Cauterize” (2015).
I testi del nuovo album di Tremonti sono veramente profondi: disillusione, ma non cinismo, considerazioni che sfociano nella protesta sociale e che fanno pensare l’ascoltatore; con esse anche un senso di inevitabilità su una condizione umana complessivamente negativa che percorre tutto il suo lavoro musicale. L’album viene aperto da The Mother, The Earth and I con suoni provenienti da una mistica lontananza e una chitarra incessante che apre a un canto dove il chorus (“The Mother, Earth and I, forever at peace, / the Mother, Earth and I, together are we, / the Mother, Earth and I, the solace in me“) ci parla di una ricongiunzione dell’uomo con la natura, unica possibile consolazione, anche se non salvezza. Un pezzo dove la voce di Tremonti, probabilmente una delle voci maschili più belle in questo genere, risulta ben spiccare sul sottofondo musicale per ottenere ogni tanto il cambio da parte della chitarra, magistralmente suonata da lui stesso.
One More Time è un pezzo particolare, sia per la cornice ritmica che conduce al canto, sia per la vaga influenza orientale, un pezzo quasi apocalittico con quel “The end of just begun / carry us away / the ending starts today / one more time yeah, / let there be one less trial, / the day is coming, / will there be no survival?”, scansionato da una ossessionante tenuta del tempo da parte della batteria. La trama musicale elettrizzante, incastonata in una cornice ritmica travolgente, fa intravedere il disincanto di chi sa che non cambierà mai niente “Fools believe that those who lead will forge a better day, / carry hope then tie the rope the cycle comes again.”
Interessante Just Too Much con i continui cambi armonici, un pezzo eccitante all’ascolto, con un possente groove, elaborato e sofisticato dal punto di vista dell’armonia complessiva, il pezzo che per l’impianto più ritorna a un rock anni ’70, interessanti i richiami effettuati dalla chitarra di quel che viene cantato. Sicuramente è il pezzo dove si sentono le maggiori influenze con i lavori precedenti dello stesso artista, specialmente quelli con gli Alter Bridge, influenze che peraltro risultano abbastanza distaccate, una sorta di reminiscenze. Delicata, quasi una ballade rock, It’s Not Over, con un’intro data dall’arpeggio di chitarra e con la voce che dialoga con questo strumento mentre il basso scandisce in modo prepotente il ritmo e la chiusura del pezzo con un’interessante alternanza fra modo minore, presente nella quasi totalità, e maggiore. Un pezzo riflessivo rispetto agli altri, capace di esaltare la voce e valido viatico per consegnare l’ascoltatore all’introduzione della title track: The End Will Show Us How. In questo pezzo è dato ascoltare un magistrale inizio, con la chitarra che usa gli armonici alla fine di ogni arpeggio eseguito in doppie note e dove il testo rappresenta un barlume di luce nell’insieme abbastanza tenebroso dell’album “could there be another life that calls to me, // could there be an ending that I’d love to see”, con alcune considerazioni sul potere salvifico della musica e dell’amore.
Now That I’ve Made It particolarmente apprezzabile per le espansioni sonore, ma più che altro per il testo, che parla della difficoltà nell’allontanarsi dalle persone e dalle situazioni, di come sia difficile il distacco, un pezzo dal quale l’ascoltatore ricava un senso di epicità, presente comunque anche in altri punti dello stesso lavoro. Infine All The Wicked Things congegnato sapientemente con sottofondi di synth pad, sui quali si innesta la voce che mentre considera come abbiamo fatto a pezzi tutto ciò che c’era di prezioso, abbiamo fatto a pezzi il mondo e non cambierà mai niente. Un pezzo di amara considerazione, anche sociale se si vuole, probabilmente il pezzo più bello. L’impianto armonico ben si accompagna al bellissimo solo di chitarra finale, con quei fraseggi rapidissimi, per chiudere in un’alternanza di echi, di rimbalzi sonori, un po’ come l’inizio, se si vuole una esibizione di Tremonti fra le più incisive.
“The End Will Show Us How” non solo è un album musicale di standard elevato sotto molti punti di vista, ma è una vera opera d’arte capace di suscitare nell’ascoltatore emozioni profonde e riflessioni, che sicuramente saranno meglio percepibili nei live, uno dei quali proprio in Italia il prossimo 27 gennaio, a Milano.




