Lorna Shore – I Feel the Everblack Festering Within Me

Recensione del disco “I Feel the Everblack Festering Within Me” (Century Media Records, 2025) dei Lorna Shore. A cura di Patrick Dall’O’.

Se mai dovesse esistere veramente l’inferno e fosse governato da niente po’ po’ di meno che Lucifero in persona… allora quasi sicuramente indosserebbe una t-shirt dei Lorna Shore e come colonna sonora ci sarebbe “I Feel the Everblack Festering Within Me”, perché una violenza tale non saprei veramente dove collocarla!

Ormai i Lorna Shore è da un po che bazzicano tra i gruppi che producono musica estrema; ma hanno iniziato a fare sul serio solo nel 2021, con un cambio di vocalist e l’inserimento di un certo Will Ramos… che possiamo dichiarare come il miglior acquisto del secolo se nel mondo musicale esistesse il calciomercato. La band dunque con questo nuovo inserimento produce un primo EP intitolato “…And I Return To Nothingnes” dove si può già intravedere la piega che la band è in procinto di assumere e le doti vocali (growl/scream/brutalpigsqueal) del nuovo frontman. Poco dopo un anno uscirà “Pain Remains” che a mani basse (se non bassissime) proietta la band nell’olimpo del Deathcore, creando un nuovo orizzonte sempre più estremo e complesso da valicare.

Tornando a noi, dunque, le aspettative su quest’ultimo lavoro sono decisamente alte! “I Feel the Everblack Festering Within Me” si apre come tutti vorrebbero… cioè un massacro di violenza e urla che difficilmente una persona sana di mente potrebbe concepire, Prison of Flesh ci catapulta in una turbolenta caduta verso gli inferi tra chitarre epiche e brutalmente letali, una batteria chirurgicamente spietata, una voce sempre più estremizzata con cambi vocali degni del miglior frontman della piazza, il tutto poi condito con un post-produzione hollywoodiano che regala all’ascoltatore dei picchi di violenza inaudita; ma la ciliegina sulla torta deve ancora arrivare! Al termine di un hype che sembrava quasi interminabile al minuto 6:16 la band ci regala il breakdown che noi tutti avremmo voluto! Un suono talmente violento che volutamente viene fatto “crashare” e da all’ascoltatore l’impressione che questa volta sì! Hanno oltrepassato il punto di rottura!

Proseguendo con l’ascolto troviamo Oblivion e In Darkness due tracce quasi più symphonic black rispetto al deathcore che la band ci ha precedentemente presentato, con l’aiuto di cori liturgici che tendono a smorzare la violenza inaudita che la band propone e delle chitarre meno pompate e più leggiadre (oserei dire quasi delicate) tendono a rendere il tutto meno caotico e più epico. Successivamente abbiamo Unbreakable, che se volessimo potremmo affermare che non è altro che il solito brano deathcore iper-pompato, però all’interno di esso possiamo notare una certa melodia che quasi ridonda nella testa dopo il primo ascolto, con l’utilizzo di un fraseggio semplice e ben calibrato la band crea un vero e proprio ritornello “alla metalcore”. Il tutto poi prosegue con Glenwood e Lionheart dove la violenza viene smorzata sempre da parti più soffici e quasi pulite da distorsioni lasciando come unica parte veramente violenta la voce demoniaca di Will Ramos

In quest’ultimo lavoro si possono dunque distinguere molti particolari che solitamente non si hanno il un singolo album ne tanto meno in una singola band, cioè, ogni componente rende tutto ciò che fa quasi inarrivabile per la maggior parte delle persone normali, tanto meno sarebbe inimmaginabile mescolare il tutto assieme producendo ciò che oggi possiamo toccare con mano. Le batterie di Austin Archey rasentano la perfezione e dire che l’automazione non sarebbe in grado di creare tale cosa è più che plausibile (vedi i ritmi infermali e sempre diversi presenti in Death Can Take Me e War Machine), le chitarre di Andrew O’Connor e De Micco rendono, come precedentemente detto, l’album un lavoro impeccabile e irraggiungibile mescolando scenari quasi fantasy e brutalmente sinfonici al medesimo tempo (Forevermore in prima linea). Addirittura il basso viene messo in risalto e crea una base percepibile che lega il tutto come fosse un collante.

Ultimo ma non per importanza (anzi) la voce di Ramos ci ricorda ancora una volta che il gradino più alto del podio aspetta ancora a lui e la sua capacità di lasciarci a bocca aperta ogni volta con passaggi mozzafiato e una più che palpabile emotività nell’esprimere il tutto.

Tirando le somme i Lorna Shore ci dimostrano che loro non sono di semplice passaggio, anzi, loro sono qui per restare e meritano a tutti gli effetti il podio nell’olimpo della musica estrema.

Non ci aspetta altro che attenderli in quel di Padova il prossimo anno e gustarci il nuovo lavoro live!

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