Vanarin – Hazy Days
Recensione del disco “Hazy Days” (Dischi Sotterranei, 2025) dei Vanarin. A cura di Riccardo Frolloni.
Sui giovani d’oggi, spesso, ci scatarrano su, ma si dimenticano anche quanto possa essere complicato essere giovani oggi. I giovani d’oggi hanno qualcosa di irrisolto col passato e ne sentano nostalgia, una sorta di passato non-vissuto, una gioventù non loro che rimpiangono. E così, fin dalle prime note di “Hazy Days” si percepisce un’atmosfera nostalgica, un richiamo a tempi più semplici, arricchito da un’estetica analogica che conferisce al brano una patina retrò. La fusione di nu soul e progressive rock crea un mix eclettico che caratterizza l’intero album dei Vanarin, la band italo-inglese attiva da anni sulla scena alternative. Dopo “Overnight“ (2018) e “Treading Water” (2022), con questo nuovo capitolo i Vanarin affinano ancora di più il loro stile, muovendosi in uno spazio che oscilla tra groove pulsanti, soul e le architetture ritmiche della disco-funk.
In My Circle, i Vanarin esplorano il tema dell’autodeterminazione con un sound che richiama le pulsazioni psichedeliche degli MGMT e i beat elettronici degli Hot Chip, conun’eco di Phoenix nella leggerezza strutturata, e nel canto stratificato di David Paysden una certa risonanza con il modo in cui Kevin Parker (Tame Impala) ha trasformato la voce in puro strumento atmosferico. I Don’t Know prosegue su questa linea, affrontando l’incertezza giovanile con sonorità art-pop che richiamano artisti come Jack Stauber.
Poi il ritmo si dilata e si avverte un senso di smarrimento dolce e trascinantecon Lost, mentre A Fly on The Wall porta con sé il lato più ballabile e immediato del disco. Questo singolo, uscito a giugno, rappresenta un riuscitissimo esperimento di artigianato minimal-electro con richiami alla disco anni Duemila: il basso pulsa con cadenza quasi ipnotica, la batteria spezza e ricompone il ritmo come in una jam elettronica, mentre la voce di Paysden viene filtrata, distorta, moltiplicata fino a diventare una corrente sonora che attraversa il pezzo. È pop che si fa materia, stratificazione, tessuto in movimento.
Nonostante l’uscita a inizio anno, “Hazy Days” è un disco che sa di estate, di viaggi con i finestrini abbassati, di notti inquiete. Ma è un’estate che si consuma senza fretta, un party che non esplode mai del tutto, lasciando sempre una piccola distanza tra il suono e il corpo, come se la musica galleggiasse a pochi millimetri da terra.
Con questo lavoro, i Vanarin consolidano la loro identità, dimostrando che il confine tra indie, elettronica e soul può essere un territorio di libertà. Una colonna sonora per chi si lascia attraversare dalla nostalgia senza rimanerne imprigionato, per chi ama perdersi tra le sfumature, per chi cerca nei suoni una via di fuga e di ritorno al tempo stesso.




