Edith Frost – In Space
Recensione del disco “In Space” (Drag City, 2025) di Edith Frost. A cura di Antonio Boldri.
Ripartiamo da qui. Ripartiamo da una mattina con l’aria pregna dell’umidità della notte, dove le nuvole intrise di condensa non si sono ancora diradate, dove il sole non è ancora riuscito a riscaldarle a sufficienza. Ripartiamo da questa sensazione di torpore ciondolante e sgretolato che avvolge tutto e che a modo suo culla i sensi di quando ci si è appena svegliati.
È in questo impasto confuso e soporifero che una voce chiama da lontano: “Can you hear me?”. La voce si ripete più volte, senza mai perdere quella sensazione lieve e carezzevole che si adagia su un tappeto di suoni frastornati e lenti. Sembra la colonna sonora di Her, invece è Edith Frost che ci chiama: “Can you hear me?”. Ti sentiamo Edith, ti sentiamo ancora, finalmente.
Dopo vent’anni di silenzio o quasi, rotto soltanto di recente da qualche pezzo isolato, Little Sign e Nothing Comes Around, che infatti finiscono in questo LP, “In Space“, è fuori oggi dopo che l’ultimo epigono era datato, udite udite, 2005. In effetti, in tutti questi anni mi ero chiesto spesso che fine aveva fatto Edith Frost, fino ad arrivare all’errata convinzione che si fosse data ad un precoce pensionamento. Fortuna che questo inizio di 2025 mi ha presto sbugiardato, sprigionando l’ultimo lavoro della ormai sessantenne artista americana.
Che la sua discografia non sia costellata di prolificità è dato appurato; tanto quanto la certezza che, quando fa uscire un album, lo stesso non possa che incastonarsi alla perfezione nei binari da lei stessa tracciati. Hanno come tratto distintivo la loro essenzialità, il loro muoversi cadenzato e incerto, melodie minimale a sorreggere una voce tutt’altro che limpida, che non di rado strizza l’occhio ad un cantato meno pulito e più tendente verso il distorto. Tra le voci più recenti una sua degna pari potrebbe essere la Clairo di “Sling“.
“In Space” tiene fede ai semi lasciati crescere nei trent’anni precedenti, nonostante si lasci andare ad un incedere che sa essere più incalzante, come nella convincente Hold On, palindromo di On Hold, dell’album “Telescopic”, o nella già edita Nothing Comes Around. Ne esce fuori un disco dai contorni dilatati, imperfetti, sfumati, che trae linfa vitale dal proprio diradarsi nelle praterie della mente.
Manca lo squillo, la canzone trainante? Indubbio. Ma per chi ha già masticato qualcosa della Frost è abbastanza chiaro che il singolo accattivante che si arrampica in classifica non fa parte del suo percorso artistico. Anzi, è molto più probabile che ci si imbatta in atmosfere accennate cui piace abbandonarsi ad una punta di malcelata tristezza che si crogiola nel suo esistere.
Un piacevole diversivo è la jazzata Back Again, che rispetto alle compagne non disdegna un suono più pulito e più raffinato, da locale di musica di qualità piuttosto che da visioni distorte. La successiva In Space, che dà il titolo all’intero componimento, è invece il manifesto musicale dell’intera carriera artistica della Frost. Sembra essere tornati indietro a quel capolavoro obliquo che era “Telescopic”, e i suoni pizzicati e stellati restituiscono la sensazione di etereo, di rarefatto ed espanso, come se fossimo in un incavo di tempo e spazio, un momento sospeso e ampio, quando la notte è finita ma il giorno fatica ancora ad imporsi. Sensazione portata avanti, seppur con degli impeti country appena accennati qua e là, con Little Sign, Something About the War e The Bastards, quest’ultima dai toni più scanzonati, un po’ rimandanti a Kimya Dawson.
I Still Love You chiude il ritorno di Edith Frost, che ancora una volta affida il messaggio ad uno “You” interpretabile. E’ un tu o un voi? Forse un po’ azzardato pensare ad un voi generico, che includa anche il sottoscritto, ma la speranza è l’ultima a morire, proprio come questa rinascita dopo oltre vent’anni ci dimostra. Edith, cara, bentornata!




