The Grey – Kodok
Recensione del disco “Kodok” (Majestic Mountain Records, 2025) dei The Grey. A cura di Sergio Bedessi.
Uscito oggi 28 febbraio 2025, “Kodok” è il terzo album del gruppo metal inglese The Grey.
Sei pezzi potenti, di forte impatto sull’ascoltatore, densi di una musicalità essenzialmente strumentale, dove la voce, dovuta ad apporti esterni al gruppo che è essenzialmente un trio musicale, va a marcare i momenti chiave di quel che è un vero e proprio viaggio all’interno di un mondo di sonorità peculiarmente post metal, anche se non mancano altre influenze.
Al di là della forte individualità di ogni traccia, il lavoro nel complesso denota una unitarietà, essenzialmente dovuta al fatto che ogni pezzo ha sempre un inizio, una parte centrale e una fine.
Il gruppo The Grey è composto da Steve Moore (batteria), Charlie Gration (chitarra) e Andy Price (basso) e al di là della possibile classificazione di genere la band risalta nel panorama metal inglese, rispetto ad altri gruppi, per le sonorità difficilmente omologabili, anche se in alcuni punti ricordano quelle di altri gruppi post metal inglese, fra i quali i Bossk.
Nel loro terzo lavoro si può dire che abbiano raggiunto un certo sincretismo rispetto ai lavori precedenti, grazie alla sequenza dei pezzi evidentemente determinata dal voler provocare nell’ascoltatore determinate emozioni, ma anche all’aver ricavato una sorta di distillato musicale.
I pezzi sono per lo più strumentali, con temi musicali di rilievo, sicuramente molto diversificati gli uni dagli altri grazie agli apporti vocali esterni, il più rilevante dei quali è quello in Sharpen the Knife, cantata da Grady Avenell dei Will Aven, un approccio musicale, questo delle partecipazioni esterne, che fa divenire l’intero lavoro una storia con capitoli narrati partendo da prospettive diverse.
Su tutti risalta La Bruja, davvero particolare, sia per l’intro di batteria a sestine con il ripetuto riff di chitarra, sia per la parte successiva, dopo l’intermezzo rilassato, che porta poi verso la conclusione marcata da potenti riff ascendenti. Curioso il fatto che le introduzioni della strumentale CHVRCH, pezzo dalle sonorità essenzialmente epiche, e della successiva, cantata e ben più lunga Don’t Say Goodbye, siano pressoché uguali, facendo così divenire la prima una sorta di prologo della seconda.
Un album da ascoltare con estremo piacere, acquistabile fra l’altro anche in due belle versioni da collezione in vinile heavyweight.




