Kate Shortt & Alcyona Mick – Convergence & Variations

Recensione del disco “Convergence & Variations” (Caliban Sounds, 2025) di Kate Shortt & Alcyona Mick. A cura di Sergio Bedessi.

Uscito il 31 gennaio 2025 per Caliban Sounds, “Convergence & Variations” delle inglesi Kate Shortt e Alcyiona Mick, è un bell’album il cui genere è difficile da inquadrare, perché sarebbe riduttivo parlare semplicisticamente di musica “neoclassica”.

Nel lavoro musicale delle due artiste si sentono influenze di vario tipo, prima di tutto jazz, e il risultato è basato sull’intelligente e sapiente mix che utilizza fra l’altro il modulo della variazione come filone portante dell’intera opera. Si tratta di ventun pezzi, alcuni dei quali abbastanza aderenti agli originali, come la Allemande dalla Suite n. 3 in do minore di Johann Sebastian Bach BWV 1009, e che spaziano appunto da Bach a Max Bruch, da Franz Schubert a Erik Satie, tutti resi meravigliosamente fluidi e coerenti, indipendentemente dalla distanza temporale, grazie alla maestria delle due musiciste.

Kate Shortt ha studiato violoncello e improvvisazione jazz e possiede un profilo artistico che va dal pop al jazz arrivando fino al fado portoghese, ma anche al teatro. Membro per molti anni del trio austriaco Line 3, ha spaziato dalla musica classica (Northern Lights Symphony Orchestra, London Symphony Orchestra) al pop (Gary Kemp di Spandau Ballet, Tears For Fears, Take That, Simone Le Bon dei Duran Duran), oltre a essere anche una valente poetessa.

Alcyona Mick, pianista e compositrice, ha lavorato con una serie innumerevole di artisti e band, tra cui la London Jazz Orchestra, il duo co-diretto con Toni Freestone, Natacha Atlas, Randolph Matthews, Brigitte Beraha’s Lucid Dreamers, Josephine Davies Satori, Perfect Stranger, Casimir Connection, Miguel Gorodi, Paul Clarvis, la Whirlwind big band di Ingrid e Christine Jensen, l’Eddie Parker Debussy Mirrored Ensemble, Still Waters, Bachar Zarkan, Yazz Ahmed, Nikki Iles ed altri ancora. Ha scritto colonne sonore per documentari e cortometraggi, vincendo anche il premio come migliore colonna sonora all’Anima Mundi International Festival in Brasile.

Nel complesso dell’album alcuni pezzi risaltano, come la Improvisation 5 che, pur molto breve, rappresenta un elegantissimo momento di collegamento fra La Folia- Variations on a theme 3 e 2 e La Folia – Variations 1: quasi che il velo dell’ambiente cinquecentesco de “La Folia” per un momento lasciasse trasparire, grazie alle note precise del pianoforte, la forza matematica del tardo barocco di Bach.

Lo stile del disco si avvicina più al jazz che all’odierno neoclassico come quello di Nils Frahm o di Hania Rani, perché rimane ben più asciutto e cerebrale, e non mancano momenti di intenso drammatismo, come in The Call, on the theme of ‘Kol Nidrej’.

Impeccabili le esecuzioni delle due artiste che si ascoltano con immenso piacere. 

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