Bambara – Birthmarks
Recensione del disco “Birthmarks” (Bella Union, 2025) dei Bambara. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Bambara è stato un personaggio fugace di “Æon Flux”, serie animata dell’età d’oro di MTV, così avanti che spesso ce la si scorda. Bambara era un assassino forzato alla bontà da un robot innestato, ma che alla fine muore. I gemelli Reid e Blaze Bateh assieme a William Brookshire lo scelgono come nome per la propria band, e miglior scelta non potrebbe esserci.
“Birthmarks” è il loro quinto lavoro ed è il punto di svolta. Lo ordiscono assieme a Graham Sutton, deus-ex-machina dei Bark Psychosis, ed è chiara la necessità di usare la sua capacità di “regista” per dare vita a qualcosa di differente, che prenda tutto quanto avvenuto fino a questo momento, anche al di fuori della band, e dare un’impronta altra, mantenendo la tavolozza dei colori utilizzati in tinta con il buio degli esseri umani.
“Birthmarks” è un mostro sinuoso, l’ombra che attende in agguato, che fa della notte il suo regno incontrastato. Il trio è di Brooklyn, ma di New York lasciano solo l’aria gelida di una città che non esiste più, fanno un tuffo nel Southern Gothic, lo fanno aderire alla Grande Mela, come una crasi immaginifica. Nei testi di Reid si riflette Flannery O’Connor, il male di un’umanità ubriaca di violenza e infestata da demoni lynchiani che, spesso, non hanno nome. Le melodie sono permeanti, vengono usate come mezzo narrativo, un film la cui pellicola sbiadita brucia lasciando solo immagini deliziosamente decadenti, quasi immobili. Le chitarre lasciano spazio a mistificazioni elettroniche in grado di sospingere ritornelli in odore di perfezione ancora più in alto, o in basso, a seconda dal punto di vista. Castelli di cristallo, canzoni che prendono l’amore e lo ribaltano fin nel punto più profondo. Sentimenti melodiosi, scritti con tale bravura da risultare storie a sé stanti ma parte di un concept più ampio.
Ogni brano di “Birthmarks” è un’inquadratura, mai in solitaria, in cui la figura maschile si specchia con i personaggi femminili (alcuni interpretati magistralmente da Madeline “Midwife” Johnston), le cui feralità diventano tangibili, nell’alveo carezzevole di un post-punk morbosamente romantico, contraltare di un’efferatezza che mai dovrebbe esistere, ma che si racconta. Ritmicamente in bilico tra scheletriche bordate e ampiezza assoluta, gli strumenti vorticano attorno al punto, e il punto è la voce di Reid, corposa, vicina a quel Nick Cave che delle murder ballads ne fece un discone ancora imbattuto. Un corpo piantato con solide radici, grandeur narrativa pregna di oscurità ed epici slanci in avanti, a volte in fuga, altre pronti al decollo, ma senza mai davvero lasciare un sottosuolo fatto di vite perdute i cui involucri passano sul letto di un fiume elettrico.
Se la musica sembra dare un tocco di pace, è mera illusione se la si trova solo nella morte. Ben poco accomodante, “Birthmarks”, ma d’altro canto non vuole esserlo. È la scomodità che, reincarnata nel “cantabile”, si fa carnefice delle sicurezze. E questa è sicuramente una lezione appresa proprio dal capoccia dei Bad Seeds.




