Mi assalì una paura irrazionale. Tutto ciò che è solido, aveva detto Marx, si dissolve nell’aria. E non solo: lo fa da un momento all’altro.
“Java Road”, Lawrence Osborne
Cosa c’è di solido, oggi? Cosa rimane, se anche quello si dissolve nell’etere? È lì che finisce tutto. Da liquido a nullo, il passo è breve. Effimero. L’era dell’effimero. La scelta di un titolo può, e deve, essere tutto. I BRUIT ≤ (da Tolosa, come i demolenti Slift), lo sanno, e lo fanno. Boicottano Spotify, questo album lì non lo troverete, perché il concept vale anche nella vita reale. Deve, anche questo, altrimenti non c’è antagonismo nella sperimentazione e stiamo parlando del nulla assoluto. È una questione politica, quando in musica non sono più in molti a farlo o, in alternativa, lo si fa nei binari imposti dall’alto, un alto che si schermisce, che tenta di ripulire la propria, sporchissima, fedina morale. Qui è diverso.
Un nome che, letteralmente tradotto dal francese, significa “rumore” qualcosa deve pur voler dire. C’è silenzio nel rumore? Sì. Il quartetto d’Oltralpe lo dimostra. Le armi a disposizione sono, in prima battuta, una quantità spaventosa di strumenti: chitarre, banjo, violini, viole, violoncelli, Bass VI, sintetizzatori, batteria, basso, chitarre baritone, organi, nastri, synth modulari. Tutto è messo al servizio del messaggio. Ogni titolo, un focus diverso, puntati verso la dipendenza tecnologica, l’utilizzo dei dati come controllo di massa senza filtro alcuno, repressione e sorveglianza, contrattacco al potere costituito e/o insinuato, mai più subdolo ma del tutto evidente.
BRUIT ≤ è un macchinario umano che trascolora nel digitale. Elementi caldi si fondono col gelo del mondo. Cavalcate d’n’b, furia techno, spazialità e soundscape shoegaze lacrimali, vedute ampissime su panorami neoclassici infiniti, pianure elettroniche a perdita d’occhio, increspate da deragliamenti noisecore ferali ma che, al posto di deturpare, arricchiscono il paesaggio, si fanno giganti elettrici di violenza stagliata su schede madri disconnesse, danneggiate, salti quantici temporali, ritmi di follia e pace, voci che migrano dall’altrove e altre che invece nascono da esseri umani e portano in tempi lontanissimi, melodie di un passato che si innerva in un futuro assurdo, fanfare che sono l’unione degli intenti di un’intera scena (quella di Tolosa, riunita attorno al gruppo, a far sentire la propria presenza) che guarda avanti stringendo salde le radici, spingendo il fiato negli ottoni e gli archetti con dolcezza smisurata su legni che si adattano al freddo, sfasciandolo, spezzando catene, strappando il cuore dal petto.
Distopia in musica. Avanguardia totale. Riflessione politica ipermelodica. Non somigliare a nessuno è difficile, riuscirci nel 2025 è un miracolo assoluto.