T. Gowdy – Trill Scan
Recensione del disco “Trill Scan” (Constellation, 2025) di T. Gowdy. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Mentre lavoro ascolto la radio. Chi può, lo fa. Mi dà focus quando faccio cose che non mi piace fare (ovvero il mio lavoro). Spazio tra varie emittenti, una di queste è NTS Radio. Il bello è che la webradio britannica invita svariate personalità artistiche a creare specifici mixtape. L’altro giorno ho optato per quello compilato dai Quade, chiamati in causa data l’uscita del loro nuovo album. Ogni brano un tassello di ispirazione al sound del gruppo di Bristol. Tutto bello, ipnotico, ambientale. Fino a che non parte qualcosa che mi fa bloccare a mezz’aria mani e bocca aperta. Cos’è? Tiro su la finestra del browser e leggo la tracklist. T. Gowdy. Novus Lumen. Ma che diavolo…
Mea culpa, non mi sono accorto che il buon Timothy, a marzo, ha dato alle stampe il suo terzo album per Constellation. Ogni tanto capita, ché sembra non esca poi tanta roba, ma in realtà ne esce troppa. Scremare complesso, non scordare ancor più ostico. Ma per recuperare c’è sempre tempo, no? Soprattutto se ne vale la pena. E qui vale. Novus Lumen, parto da qui. Sta quasi nel mezzo del disco, traccia sette di undici, e, alle mie orecchie, fa da perno. È altrove persino rispetto al “solito” Gowdy. Corde pizzicate, acustica che guarda oltre il Vecchio Mondo, verso regni a Oriente, paiono le melodie più sconcertanti dei “vecchi” Tool. Ornata di psicoacustica tensione, la canzone e le sue liriche alchemiche si disciolgono ben presto in synth granulari e allucinazioni elettriche.
L’alchimia è la chiave di volta di “Trill Scan”. Il compositore canadese sostiene che “il linguaggio modale dell’Europa medievale è cugino ben più vicino di quanto si creda delle pratiche tradizionali indigene”, con la dovuta distanza da ciò che il colonialismo si sarebbe poi portato appresso (criminalmente), stracciando via tutto. Tra medioevo e spinta rinascimentale, Gowdy trova materiale per le sue fauci elettroniche. Anche quando ricodifica brani altrui, come Courante del liutista francese del ‘600 François Dufault, esegue un lavoro di ricerca storica che guarda avanti, intarsiando proprio il liuto con oscillatori sotterranei scintillanti, dando spinta futuribile. A proposito di spinta, Flit è purga electro, crescendo techno che non divampa mai, musica da plenilunio urbano. Meno feroce, non meno spingenti i sette minuti di Arislei Bone, dai bassi di stomaco parte a erigere un castello di melodie spezzate, beat minimali che vanno a sommarsi, uno sull’altro, pezzo dopo pezzo, ora dopo ora in notti sudate, biblioteche antiche come dancefloor alienanti.
Richmond Rd riprende un filo IDM a lungo intessuto, liturgia da club cibernetico costruito tra le mura di un castello olografico su pianta a spirale che insinua Blest Age!, eterea trasposizione barocca, programmazione computale di una Storia che ha radici salde ma memoria corta, ma ci pensa lui a farla riemergere. Pompa oltre il coro, Strewn, pulsazioni in ambiente amniotico, disgregazione e ascensore orbitale, Gowdy intona “as I washed my eyes they turned into metal / and the memories melted to the metal / the metal of my heart”, un coro che stanzia in mezzo a carcasse industriali.
T. Gowdy è signore del dominio dell’armonia, possiede una pietra filosofale con cui far tramutare non solo la materia, ma anche il tempo. “Trill Scan” riesce nel non semplice compito di superare due ottimi dischi come “Therapy with Colour” e “Miracles”. Ancora una volta, studiando il suono nella sua interezza temporale guarda avanti incorporando elementi che, in ambito elettronico, non si sentono poi tutti i giorni.




