Laibach – Alamut
Recensione del disco “Alamut” (Mute, 2025) dei Laibach. A cura di Sara Fontana.
Sarebbe stato molto difficile per me parlarvi di questa opera dei Laibach senza averla vista in teatro qualche anno fa e nonostante questo rimane molto complesso riuscire a sintetizzare il tutto in un semplice articolo.
“Alamut” è la rivisitazione in musica del romanzo omonimo di Vladimir Bartol. La musica è stata composta da Luka Jamnik, Idin Samimi Mofakham e Nima A. Rowshan mentre l’album è stato registrato durante il concerto al teatro all’aperto di Križanke, Monastero della Santa Croce, Lubiana, dai Laibach e dalla RTV Slovenia Symphony Orchestra diretta dal direttore iraniano Navid Gohari. Si sono esibiti anche il gruppo vocale Human-Voice Ensemble di Teheran, il coro femminile Gallina Vocal Group e la Disharmonic Cohort – AccordiOna, orchestra femminile di fisarmoniche composta da 60 elementi.
I caratteri musicali ci introducono tramite l’Overture in un mondo tanto misterioso quanto duro e angoscioso, dove permeano una certa tristezza ed abbandono d’animo non diverso da quello trasmesso dal vivo. Si capisce fin da subito che se vuoi ascoltare “Alamut” devi fare solo quello.
Superata l’apertura veniamo trasportati in un luogo incantato illuminato dalle luci delle stelle ed il fruscio di animali ed insetti notturni, la lieve brezza che accarezza le piante di Secret Gardens è qualcosa che porta con sé sussurri e profumi. Un momento onirico dove appaiono e scompaiono bagliori d’amore trascinati dalla elettronica e sottolineati dagli strumenti acustici e le voci dei cori. Un amore brillante ma al contempo nostalgico e misterioso, dolorosamente bello, sensuale e se vogliamo anche erotico.
Dal misticismo dei giardini segreti ecco che i Laibach nella loro essenza classica di composizione entrano con cautela in Fedayeen ribaltando violentemente la situazione col brutalismo musicale che li contraddistingue, unendosi a coro ed orchestra in una danza violenta ma incredibilmente composta. Le mezze pause di silenzi anticipano sempre momenti epici di terrore violento seguiti da un industrial puro e magistrale.
Dall’ultraviolenza di Fedayeen scivoliamo sui suoni ambient e le voci femminili e maschili che comunicano abbandono, post-distruzione sabbiosa e sgretolata in questa parte chiamata Transition la quale porta alla prima Meditazione (Meditation I) dove la stupenda voce basso baritonale di Milan Fras fa da narratore in una situazione altamente teatrale.
Dalla meditazione si passa alla guerra (War) introdotta da uno scoordinato movimento di fisarmoniche che sembrano avanzare col passo di uno zombie, c’è nel mezzo un orribile danza macabra sincopata tenuta in piedi dall’algida elettronica a momenti attraente e in altri perturbante e mentre essa si fa più vorticosa ecco che si uniscono al ballo atroce gli elementi sinfonici, combattono tra loro fino a non far capire più dove si è o quale direzione seguire. Se si appartiene a quel suono o si è dentro quest’altro. Cosa bisogna scegliere e bisogna farlo davvero? War è ormai entità ed ha risucchiato tutto componendosi dei rimasugli di ciò che c’era prima e che ormai è divenuto vuoto fuori e dentro di te, un Nulla fatto di troppe cose. È per me questo il brano cardine di tutto “Alamut”, il climax della storia, un pezzo che anche decontestualizzato dall’album riesce comunque con perfezione a trasmettermi qualcosa di mai visto prima se non nei dipinti di Otto Dix o nelle immagini televisive: la guerra come senso.
Ci svegliamo nelle Doors of Perception, con un ambient liturgico che si contrappone a bestiali ansiti laibach, un tipico incubo fatto di intrigante paura che pian piano si lega a bagliori di tormentato sentimento che ci fanno giungere nel Metaverse per un’esperienza di 17:18 di puro surrealismo bello sia a teatro che dall’impianto di casa, strutturato principalmente sui cori femminili e maschili che sanno di Resistenza accompagnati o inframezzati dalla varia strumentazione, silenzi, pause e suoni vari questi ultimi atti ad accompagnarci nella seconda meditazione (Meditation II) ed Epilogo di questo lungo racconto. Traccia finale che apre con un bordone lancinante sul quale avvengono interventi dove dominano nella prima parte quelli della batteria seguiti dagli altri strumenti sempre più pressanti e presenti.
La composizione classica si unisce a quella elettronica e noise dando forma ad un brano di musica contemporanea/industrial-noise dove torna ad intervenire l’imperiale voce giudicante e a tratti giudiziosa di Milan Fras. La voce di Milan ormai non è più il cardine industriale-militare che si erge sugli strumenti ma diventa crocevia tra le voci cerimoniali femminili e quelle lamentose maschili in un triangolo di emozioni pronto a sfumare verso la parola Fine.
“Alamut” è un’opera fiera, proprio come avvenne per Iron Sky nonostante le tematiche non prendono quella vena satirica ma anzi si concentrano nella meravigliosa e straziante ricerca del Sé in un ambito nichilista al quale non è possibile sottrarsi.




