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Sanam – Sametou Sawtan

2025 - Constellation
avant traditional prog rock / jazz / post punk / skronk

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Tracklist

1. Harik

2. Goblin

3. Habibon

4. Hadikat Al Ams

5. Hamam

6. Sayl Damei

7. Tatayoum

8. Sametou Sawtan


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Più certi loschi figuri sognano la chiusura, più il mondo si apre e le idee circolano. Quella libanese pare essere una scena fervida, viva più che mai, pronta a sfondare i confini. Constellation, che di questi confini se ne è sempre ampiamente fregata, pesca da quella scena i Sanam e, come sempre, è una pesca fortunata. Molto fortunata.

Qualche cenno “storico”: Sandy Chamoun (voce), Antonio Hajj (basso), Farah Kaddour (bouzouki), Anthony Sahyoun (chitarra, synth), Pascal Semerdjian (batteria) e Marwan Tohme (chitarra), membri di alcune delle tante band che formano il folto underground di Beirut, si riuniscono quattro anni or sono dall’impulso dei fondatori dell’Irtijal Festival come backing band di Hans-Joachim Irmler, ovvero il fondatore dei Faust, pionieri del Tutto. Le due realtà fuse sul palco sotto la luce dell’improvvisazione. Assimilata la lezione, la band fa base in un casolare nel villaggio di Saqi Reshmaya assieme a Radwan Ghazi Moumneh (o meglio, Jerusalem In My Heart, che da queste parti amiamo non poco) e, come già fecero proprio i Faust una cinquantina d’anni fa, suonando e suonando e suonando danno vita, nel 2023, a “Aykathani Malakon”, il proprio album di debutto.

Appena due anni dopo la formula cambia, il sestetto decide di rendere le proprie composizioni più ragionate, studiate, in pratica scritte. Da questa volontà nasce “Sametou Sawtan” (mantenendo attiva però la collaborazione con Moumneh). La cantante Chamoun, inoltre, non si limita più a interpretare scritti storici e poesie, ma di impugnare la penna a sua volta, mantenendo quello che è il punto focale del progetto: l’utilizzo della lingua araba. Sfondata la barriera anglofona, la bellezza assume un paradigma altro. In italiano il titolo suona come “ho sentito una voce”, e la si sente chiaramente. È un richiamo di realtà lontane capaci di fondersi, impreziosire, evolvere. Creare.

Timpani fragorosi, infiltrazioni elettroniche, il fiato spezzato di Chamoun e il bouzouki di Kaddour lanciano Harik, letteralmente “fuoco”, miccia che fa detonare il disco e dalle cui parole, così dice la band, è nato tutto. Il ritmo a spirale del brano si addentra in un buio denso, una disgregazione lenta che culla nella notte. Proprio di notte sono avvenute le sessioni di registrazione di “Sametou Sawtan”, e si sente. Le melodie nordafricane e mediorientali profumano tutto, portano l’aria del Mediterraneo, si legano a doppio filo con le sensazioni “goth” dei brani. I nove minuti e mezzo di cui è composta Hamam sono allucinazioni in forma libera, Chamoun sembra Jarboe, tutto è seta scura e distanza dal mondo reale, un terremoto sintetico che riempie l’aria. Goblin è sospesa a mezz’aria, quasi una preghiera che si innalza verso il vuoto. Motorik pressante, sezione ritmica autobahn spezzata quando deve in sbilanciamenti controtempo ed elettricità fremente trapassano Hadikat Al Ams, punto di arrivo una coda monstre post-punk senza luce.

La centralità della sezione ritmica è cardine di brani come Sayl Damei: Hajj e Semerdjian creano ponti e, tutto attorno, vanno a concaternarsi melodie su melodie, innalzamenti eterei di jagajazziana memoria. La spinta jazz di Habibon luccica alla luce della luna a chitarre intarsiate di filamenti argentei. Il sapiente uso del vocoder in Tatayoum arricchisce le linee vocali, dando al brano una spazialità ancor più ampia, dimostrando (se mai ce ne fosse realmente bisogno) che in fase di produzione certe soluzioni possono far respirare un’aria altra, diversa, di commistione tra passato e presente che rafforzano tutto.

I Sanam sono la prova tangibile che le avanguardie ancora esistono (e resistono), che tradizione e progressione possono convivere fino a dare vita a qualcosa di nuovo.

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