Witchcraft – IDAG

Recensione del disco “IDAG” (Heavy Psych Sounds, 2025) dei Witchcraft. A cura di Sergio Bedessi.

A distanza di ben cinque anni dal precedente, esce il 23 maggio 2025 per Heavy Psych Sounds il settimo album dei Witchcraft, “IDAG”, preceduto lo scorso 18 febbraio dal singolo Burning Cross. L’album contiene cinque pezzi dal titolo (e dal testo) in svedese, quattro in inglese e un reprise del quarto pezzo in coda all’album.

Dopo una pausa di cinque anni, con questo lavoro il gruppo metal svedese attualmente composto da Magnus Pelander (voce e chitarra), Philip Pilossian (basso), Pär Hjulström (batteria), da una parte fornisce una prova della propria abilità di mescolare sonorità fortemente metal con qualcosa di più morbido, a tratti ballade, dall’altra denota uno stile forse un po’ troppo autocelebrativo, con riferimento ai lavori del meno recente passato.

Nati nel 2000 a Örebro in Svezia, grazie a Magnus Pelander e a seguito dello scioglimento di un proprio precedente gruppo (Norrsken), i Witchcraft con il primo e omonimo album (“Witchcraft”, 2004), creavano un vero e proprio subgenere del doom metal, con un’inclinazione particolare che via via (“Firewood”, 2005, ma anche “The Alchemist”, 2007) diveniva sempre più progressive rock. Il nuovo album “IDAG”, più che un’ulteriore evoluzione delle sonorità del gruppo metal, è in qualche modo il sunto di un’esperienza musicale ventennale, cosa percepibile anche dalle sonorità dei brani, abbastanza differenziate, ma anche una sorta di indulgere verso le proprie origini storiche oltre che musicali. Emblematica in questo senso la copertina dell’album che riporta il dipinto “En riddare red fram” (Un cavaliere in sella), del pittore e illustratore svedese di fine ottocento John Albert Bauer.

Alcuni pezzi risultano di spicco, fra questi Idag, che in svedese significa “oggi”, primo pezzo dell’album e anche title track. Si tratta un brano molto lungo, oltre otto minuti, con cambi di tempo rilevanti, dove il suono graffiante della chitarra scandisce riff ripetuti a oltranza, intervallati dalla voce ma anche da alcuni assoli interessanti. In contrasto, come sonorità, Om Du Vill (Se vuoi), una sorta di ballade dove la voce è accompagnata all’unisono dalla chitarra che a tratti si sgancia arpeggiando, una sorta di blues norreno. Notevole Gläntan (Längtan) (La Radura (Il Desiderio)) dove l’assonanza delle due parole ben si sposa alla musicalità del pezzo che è solo strumentale, in forte contrasto con il successivo Burning Cross, denotato da un incedere maestoso della chitarra. Abbastanza simile come stile Irreligious Flamboyant Flame, dal ritmo stupendo e incessante che trasporta l’ascoltatore.

Bel disco metal, che forse troppo indulge al passato del gruppo e ai temi norreni mescolati a quelli classici del doom, quando si sarebbe potuto osare di più. In ogni caso qualcosa accattivante, piacevole all’ascolto, di grande impatto sonoro.

Post Simili