Saya Gray – SAYA

Recensione del disco “SAYA” (Dirty Hit, 2025) di Saya Gray. A cura di Nicola Stufano.

Quando Piero Scaruffi si interessa ad un’artista, è molto probabile che quell’artista abbiamo davvero qualcosa di speciale. Ed è l’impressione che si ha nell’ascoltare “SAYA”, seconda uscita di Saya Gray, artista tra le rivelazioni più interessanti di questa prima parte di 2025.

Saya Gray ha respirato musica sin dai primi vagiti. Sua madre è giapponese ed ha fondato la Discover Through the Arts Music School a Toronto. Suo padre, di origini scozzesi, è un trombettista di fama che ha suonato anche con Aretha Franklin ed Ella Fitzgerald. E poi c’è suo fratello maggiore Lucian, che è un chitarrista diplomato e collabora in pianta stabile nei suoi dischi. A lei, prima di tutto, è toccato il piano, e poi il basso dall’età di 10 anni, per poi suonare come turnista nella scena jazz locale, prima di mettersi in proprio.

Non c’è un guizzo particolare, una hit, una invenzione nella sua musica. “SAYA” è il risultato di genuina e costante creatività che mette alla prova solide basi. Dentro questo secondo disco, più ordinato del precedente “19 Masters” che effettivamente era più una raccolta di demo, c’è di base un cantautorato pop, che però si confonde con tanti altri generi, dal lo-fi in stile Eels, all’Americana, per passare verso alla fine anche al più moderno r’n’b come si può ascoltare in H.B.W.

Saya Gray convince sin dalle prime note di …THUS IS WHY ( I DON’T SPRING 4 LOVE ), che insieme agli altri 10 pezzi racconterà con leggerezza la fine di una storia. Ogni stacco, ogni riff sa di azzeccato, di fresco, come chi la musica sa farla e con leggerezza. Ed è così che Saya Gray appare anche sul palco, disinvolta e sensuale nei club come sul prestigioso spazio di Tiny Desk. 

Difficile trovare un pezzo preferito, tra i sentimenti westernati di SHELL (OF A MAN), l’assolo di batteria finale che accompagna loop in LINE BACK 22, la ballad alla Imogen Heap (tra le sue fonti di ispirazioni) di PUDDLE (OF ME). Alla fine H.B.W.  rappresenta una (piacevole) eccezione tra atmosfere sempre in bilico tra il pop e il country, un po’ come ha cercato di fare Lana del Rey in alcuni dei suoi lavori, ma con una produzione meno pesante e meno incentrata sulla voce.

Sarà curioso osservare l’evoluzione della sua carriera: il potenziale mainstream c’è eccome, ma Saya sembra abbastanza disinteressata per seguirne le tendenze, altrettanto lunatica per creane di nuove. Se siete curiosi di ascoltarla in Italia, sappiate che nella line-up del C2C di Torino, il 30 ottobre, ci sarà anche lei.

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