Daron Malakian and Scars on Broadway – Addicted to the Violence

Recensione del disco “Addicted to the Violence” (Scarred For Life/Virgin, 2025) di Daron Malakian and Scars on Broadway. A cura di Diego Civino.

C’è una scena che gira a ripetizione nella testa di Daron Malakian. Un ragazzino entra in una scuola con un fucile automatico. Spara. Gli altri filmano. E nessuno fa niente. Non è cinema, è cronaca. Ma è anche Killing Spree, apertura dell’album più spietato che i suoi Scars On Broadway abbiano mai firmato.

Sono passati sette anni da “Dictator“. Il tempo in cui il mondo ha cominciato a sembrare una puntata di “Black Mirror” scritta sotto acido da uno che ascolta i Nine Inch Nails. E Malakian non ha più voglia di scrivere metafore. Grida in faccia il disastro, lo fa a modo suo: a colpi di riff da guerriglia, tastiere che sembrano sirene impazzite, ritmi da cortocircuito mentale. In Satan Hussein, seconda traccia, ti pare di scivolare dentro un tubo radioattivo dove convivono religione, droga, disagio suburbano e la sensazione che la realtà sia diventata un karaoke distorto.

Ma non è tutto urla e catrame. Malakian sa ancora scrivere melodie che accarezzano mentre graffiano. Done Me Wrong arriva come un miraggio: voce più calda, struttura classica, e quel bridge che solo lui sa costruire, che parte dal cuore e finisce in qualche club dimenticato tra Yerevan e Echo Park. Il lavoro alle tastiere di Orbel Babayan è chirurgico e teatrale allo stesso tempo, come se l’Armenia fosse diventata una nuova Berlino del rock.

L’album pulsa, vive, cambia forma. The Shame Game ha un andamento da confessione sussurrata in una stanza piena di fumo. You Destroy You ti lascia lì, col fiato corto e il sospetto che Malakian abbia scritto il pezzo guardandosi allo specchio. È tutto molto personale, ma mai indulgente. Il tono resta ruvido, come se ogni canzone fosse stata incisa con le unghie.

Poi ci sono i pezzi che ti fanno battere il piede prima ancora che il cervello capisca cosa stia succedendo. Destroy the Power è un incantesimo tribale fatto con groove, delay e ruggiti. Your Lives Burn è hardcore schizzato, punk alla velocità della luce, due minuti e via. Ma dietro le urla resta impressa una frase: “The politicians and the media conspire while your lives burn in the fire”. È lì che il disco prende una direzione più esplicitamente politica, non da slogan, ma da pugno in faccia a chi sta sopra e continua a giocare a dividere chi sta sotto. Imposter segue a ruota, carica di distorsione e adrenalina, perfetta per diventare una mina dal vivo.

C’è anche spazio per il disincanto, quello vero, non da poser da festival. Watch That Girl sembra scritta dopo una notte insonne passata a spiare le proprie paranoie ballare in salotto. È una canzone che ti scivola addosso in modo strano, disallineata, a tratti scomoda, come una frase che non volevi sentirti dire.

E poi, ovviamente, arriva lei. Addicted to the Violence. La title track. L’ultimo pezzo. Il congedo. È maestosa senza diventare pomposa. Stratificata, ma non pesante. Suona come se Daron Malakian avesse deciso di prendere tutto quello che ama – i System of a Down, gli anni ’70, la musica armena, il punk, i synth, il dolore, la bellezza – e metterlo nello stesso frullatore. Ne viene fuori qualcosa che non somiglia a nulla, se non a lui. “Addicted to the violence, yeah, that’s me”, sussurra in un passaggio, e lì capisci che non è solo un titolo, ma una diagnosi.

Non è un disco pensato per piacere. Non è un disco pensato per chi si chiede se sia “meglio dei System”. È un disco pensato per restare. Per chi ha ancora voglia di sentirsi urlare qualcosa in faccia. Per chi non ha bisogno di un concept, ma di un riflesso. “Addicted to the Violence” non è nostalgia, non è attualità, non è futuro. È una fotografia. Sfocata, storta, ma incredibilmente vera.

E a volte basta questo, per far saltare tutto.

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