Molly Joyce – State Change
Recensione del disco “State Change” (130701, 2025) di Molly Joyce. A cura di Sergio Bedessi.
Pubblicato l’11 luglio 2025 dall’etichetta discografica 130701 l’impegnativo album di Molly Joyce, “State Change”.
Un ascolto non certo facile per quello che appare da subito un viaggio intensamente personale, quasi un diario sonoro dei drammatici eventi accaduti a questa artista musicale.
Sette pezzi ognuno dei quali identificato da una data, scansioni temporali connesse all’incidente stradale nel quale Molly Joyce fu coinvolta all’età di sette anni rischiando l’amputazione della mano sinistra. Ogni pezzo rappresenta una data chiave: il momento dell’accadimento prima di tutto, ma anche le tappe, dolorose, degli interventi chirurgici e della riabilitazione.
Per questo un album strettamente personale, anche se non intimista, dove il motore artistico è stata la sofferenza, ormai più psicologica che fisica, ed è proprio a causa dell’handicap alla mano sinistra che Molly Joyce ha dovuto canalizzare la sua passione più sulla creatività e l’esplorazione di mondi sonori piuttosto che sull’esecuzione musicale.
Descritta dal Washington Post come “una delle compositrici più versatili, prolifiche e intriganti che operano nell’ampio panorama della nuova musica” ed elogiata dal New York Times per la sua “potenza serena”, la sua produzione musicale ruota sempre intorno al tema della disabilità tant’è che il suo precedente album “Perspective” (2022) contiene una serie di interviste a persone con disabilità con riflessioni sull’identità e l’assistenza. Molly Joyce, compositrice e performer, utilizza la disabilità come fonte creativa, in questo fortemente stimolata dalla madre, tant’è che la stessa cercava in tutti i modi un modo per far suonare la bimba, prima provando il violoncello al contrario, poi la tromba, infine lasciandola dedicare alla composizione.
Tornando all’album, dove ognuno dei sette pezzi è una data (August 6, 1999 è la data dell’incidente – August 9, 1999 – August 13+16, 1999 – November 24, 1999 – April 19, 2000 – October 26, 2001 – July 27, 2007) alcuni pezzi risaltano per la loro particolarità. Il pezzo iniziale, appunto August 6, 1999, riesce a rappresentare in modo eccellente quello che è un dolore più psicologico che fisico: la voce che si insinua gradatamente facendosi spazio su un suono continuo, quasi dividendolo armonicamente, divenendo quindi predominante, per poi entrare in una seconda parte con suoni profondi, che chiude generando nell’ascoltatore una sensazione di privazione e di mancanza, grazie anche alla sospensione finale.
Quasi liturgico August 9, 1999 e che suscita un senso di smarrimento dato dalla voce che si riconduce all’interno di un canale sonoro guidato prima dai suoni e poi dai cori. In August 13+16, 1999, caratteristiche le pulsazioni synth sulle quali si sviluppa il canto, in realtà più una cantilena che un canto vero e proprio, con l’interessante modulazione fuori schema rispetto alle pulsazioni che aumentando e diminuendo di volume producono una sorta di ronzio. Sul finale sonorità quasi doom dovute a una sorta di growling generato dal vocoder. Interessante espediente musicale quello dell’inizio di April 19, 2000, pezzo molto lungo che apre con suoni simili al rumore di un contatore Geiger su un sottofondo industrial che evoca scenari di tubazioni sotto pressione, passando poi a sonorità elaborate dal punto di vista vocale.
Nel complesso l’album di Molly Joyce è di altissima qualità, capace di donare emozioni a chi lo ascolta anche se appare essere più un insieme di sperimentazioni sonore singole che una composizione nel filone della musica colta descrittiva, mantenuta insieme dal filo logico dell’incidente e delle sue conseguenze. Questo perché pur essendoci aperture a stilemi più ampi si rimane spesso confinati nelle sonorità correlate al pezzo specifico.
Senza nulla togliere alla qualità della produzione musicale di Molly Joyce, e vedendoci un forte parallelo con la storia, peraltro nel mondo dello sport, dell’atleta Oscar Pistorius anche lui stimolato dalla madre a eccellere spasmodicamente nel suo campo, viene da chiedersi quanto la rappresentazione musicale degli eventi accaduti a Molly sia dovuta alla propria sensibilità artistica e quanto invece a una quasi obbligata catarsi permanente.
In questo senso appare quasi ovvio osservare che “State Change” debba essere visto non come un punto di arrivo, ma come un nuovo punto di partenza per Molly Joyce, una musicista la cui produzione artistica di altissimo livello può dare ancora moltissimo agli ascoltatori.




