1. Spiral
2. A Dome Under the Pines
3. Floral Ascent
4. Città Metafisica
Con “Still Forms in Air“, Francesca Marongiu firma il suo debutto solista con un disco che si colloca a metà strada tra memoria e presente. Registrato tra Roma e Pistoia, l’album trae ispirazione dichiarata dall’ambient giapponese degli anni Ottanta — Yoshimura, Ashikawa, Kokubo — ma lo filtra attraverso un immaginario profondamente italiano, che rievoca le ricerche elettroniche sperimentali della nostra tradizione, dalla scuola elettroacustica a certe derive più liriche e visionarie, nello stile del Battiato più visionario e meno popolare.
Prima di questo debutto a suo nome, Marongiu ha fatto parte, tra gli altri, del progetto Architeuthis Rex, dove voce e synth dialogavano con drone e psichedelia al fianco di Antonio Gallucci.
I quattro brani che compongono “Still Forms in Air” si muovono in un tempo sospeso, come architetture invisibili che emergono lentamente nello spazio sonoro. Marongiu lavora con sintetizzatori, elettronica e voci, mentre Gallucci, qui in veste di collaboratore, contribuisce con fiati e percussioni, aggiungendo un respiro organico che dialoga con le trame sintetiche che fanno da impalcatura principale. L’impressione è quella di osservare una città che cresce davanti ai nostri occhi: dalle prime linee di Spiral, che avvolgono come fondamenta gettate nel vuoto, fino all’imponente costruzione di Città Metafisica, quindici minuti che danno la sensazione di assistere alla moltiplicazione degli edifici, al loro ergersi uno dopo l’altro fino a nascondere l’orizzonte naturale e il terreno su cui poggiare piedi e pensieri.
Più che un esercizio di nostalgia, Still Forms in Air è una riflessione sulle trasformazioni urbane e sulle memorie che esse custodiscono. L’album sembra evocare gli anni di passaggio tra la fine degli Ottanta e l’inizio dei Novanta, quel periodo che in Francia venne definito les années d’hiver: anni di frammentazione latente, sotto la superficie di un’apparente apertura creativa. Marongiu rilegge quel crocevia con uno sguardo contemporaneo, con affetto, trovando una luminosità discreta nei suoi paesaggi sonori.
C’è insomma una quiete sospesa in queste composizioni, una calma che non è immobilità ma si forma in potenza: come se gli edifici e i paesaggi evocati da Francesca Marongiu non fossero ancora del tutto reali, ma forme nell’aria.