Noah Cyrus – I Want My Loved Ones to Go With Me
Recensione del disco “I Want My Loved Ones to Go With Me” (Columbia Records, 2025) di Noah Cyrus. A cura di Alessandro Valli.
Era intuibile fin dall’uscita dell’EP “The End of Everything” che Noah Cyrus avrebbe seguito le orme del padre piuttosto che quelle della sorella popstar, ed è ora tornata con “I Want My Loved Ones to Go With Me”, un progetto che attesta un’opera di raffinamento e di sofisticazione di un genere musicale che ha nel sangue.
Dal punto di vista delle liriche questo album si scosta molto dal predecessore, basti pensare al titolo stesso: un desiderio di unione e ricongiunzione che differisce notevolmente dall’attrito e dai fantasmi passati di relazioni tossiche e abuso di antidepressivi che perseguitano l’artista in “The Hardest Part”. Il singolo Don’t Put It All On Me sembra una risposta con lieto fine alla tormentata My Side Of The Bed “By the look in your eye I can tell that you’re no longer sleeping / By the end of the day it’s clear we’re both never leaving”.
Noah non è più uno spettro che si aggira nelle campagne Americane in cerca di vendetta, ora è una madre natura lunare ed errante, pronta a riconnettersi emotivamente e a mettere i piedi per terra. Il tono cosmico con cui narra di un disertore nello strimpello cinematografico di Man In The Field o la solennità con cui canta Apple Tree la innalzano ad una posizione onnisciente. Diventa nuovo protagonista della cover il cavallo bianco illuminato da una luce lattea e non più lei vestita di un gotico pizzo. Persino nei video musicali, la cui estetica è fortemente ispirata dall’artista Female Pentimento, gli animali giocano un ruolo centrale e accompagnano Noah tra la flora notturna.
La fatata I Saw The Mountains è una silvana dedica al cavallo d’infanzia che si sviluppa in un climax di synth & drums eternizzati da degli statements carichi di una simbiosi con la natura e di una vegetalizzazione che ricordano quasi “la pioggia nel pineto” di D’Annunzio.
Se di contenuto parliamo ora di una rinascita più soave, vocalmente sembra quasi il contrario sorprendentemente. Nonostante infatti la pesantezza dei temi trattati in “The Hardest Part”, quest’ultimo offriva un sound assai più affine al pop. Un vocal delivery insomma più concreto rispetto a questo nuovo disco dal canto arioso e incorporeo. A tratti diventa anche inquietante l’ascolto, come nel magone di Long Ride Home e specialmente nelle corde velate di Apple Tree che conducono in un inno impolverato inciso dal nonno della cantante.
Se la più terrena produzione di “The Hardest Part” infondeva elementi country in una maniera quasi più cliché, le nuove canzoni sono intessute di un folk classico che dimostra una profonda ricerca nei reperti della musica anni 70. Un tributo che ha scelto di offrire anche attraverso gli eclettici featuring: dall’iconico Blake Shelton al duetto non del tutto riuscito con Bill Callahan, la cui voce sembra quasi un basso rimbombante che seppellisce quella della cantante.
È deliziosa invece l’ossimorica Way Of The World con Ella Langley, un chiaroscuro di immagini crude e un lucente piano rinfrescato dal tocco bluegrass del pedal steel. Le stesse metafore d’amore nella poetica Love Is A Canyon possono diventare scontate e stucchevoli nella chiusura XXX. Al contrario, è proprio nei momenti più fiabeschi e romanzati che la musica raggiunge l’apice di espressione, come nella dissolvenza nel vento in With You, una delicata carezza sostenuta da una chitarra essenziale e minimal.
“Look around you, feel it in the air / Just listen in the wind, know that I’m your friend and always with you”
“I Want My Loved Ones to Go With Me” è una riscoperta di se stessi sotto forma di metamorfosi silvestre e un invito ad esplorare una metaforica “New Country”, abbracciando le proprie radici e portandosele nel cuore.




