Panic Shack – Panic Shack
Recensione del disco “Panic Shack” (Brace Yourself, 2025) delle Panic Shack. A cura di Imma I.
Dopo l’EP di esordio “Baby Shack” ritornano le punker britanniche della band Panic Shack, questa volta con un long play yes punk ma a tratti indie rock, dal titolo omonimo “Panic Shack”.
Un bel lavoro discografico, molto frizzante, divertente e giovanile, per la band tutta declinata al femminile di Cardiff. Le canzoni sono esuberanti e goliardiche, accompagnate talvolta da immagini ironiche e fanfarone, molto colorate ed eccentriche, in pieno stile punk. Le sonorità sono molto più vicine al sound britannico, ma bisogna riconoscere che con coraggio nella canzone Pockets c’è qualcosa che ricorda e che rimarca i Ramones. Girl Band Starter Pack si potrebbe definire anche come una canzone comedy punk, irriverente, scanzonata e scatenata. Segue sulla stessa linea Gok Wan, mentre Lazy si lascia ricordare per il suo ritornello ridondante. Tit School fa molto scolaresca anni Duemila, in tema blink, ed è forse anche quella più classicamente punk che parla ai giovani. We Need to Talk About Dennis è più cantata che strumentale, ha un bel giro di basso, ed è leggera e spensierata. Do Something è un acid punk dalla batteria potente, mentre Personal Best cattura per l’originalità della proposta musicale.
L’album potrebbe tranquillamente presentarsi anche in una sezione hardcore, tranne per la traccia SMELLARAT che è la più melodica del disco. Thelma & Louise, canzone che chiude il cerchio, ci racconta attraverso la musica e le immagini del video quello che è stato un cult cinematografico dei primi anni Novanta. Come primo long play in studio possiamo definire questo album davvero ammiccante e gradevole, non ha grandi pretese ma i ritornelli in loop, lo stile scenografico ben elaborato della femband lo rendono equilibrato, per niente stucchevole e introduce anche qualcosa di nuovo in un genere che sembrava aver esaurito la sua forza creatrice già negli anni Ottanta.
Le ragazze, Sara Harvey, Meg Fretwell, Romi Lawrence ed Emily Smith esplorano con ironia i decenni passati e si divertono mentre ci accompagnano per mano in questo viaggio nel tempo della musica, si avverte che si divertono anche mentre suonano e questo ci fa trascorrere circa quaranta minuti in buona compagnia senza grandi pretese, ma con il sorriso stampato in volto.




