Manslaughter 777 – God’s World
Recensione del disco “God’s World” (Thrill Jockey, 2025) dei Manslaughter 777. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Chissà se basterebbe una vita per andare a fondo dei progetti legati a The Body. Mi viene da presupporre di no, e forse l’intuizione sarebbe corretta. Da un duo a un altro passa il motore ritmico Lee Buford, in combutta con Zac Jones dopo quattro anni di silenzio radio, pronti a recuperare Manslaughter 777 e a portarlo su un altro pianeta (ancora assieme al sempiterno Seth Manchester).
Della fissazione elettronica di Buford ormai già sappiamo, e quindi si adopera per dar movimento a questa sua passione. Adattare il macello sonico al ballo, tecnica raveistica tutta in prima linea, sugli scudi e partire a tempo di botte sulla nuca mentre i piedi vanno per i fatti loro. Spingersi ancora più in là, detto fatto.
Più sporco, più techno, più duro. Parte subito I Do Not Believe in Art (titolo-manifesto, si dirà), che pare una radio passante da stazione electro all’altra, passo spedito su glitch assassini e poi incuneando mid-tempo e sample vocali incollati tra un colpo di cassa e l’altro, alla Prodigy maniera quando ancora non si erano autocodificati. Child of pianta le tende in Giamaica, al microfono del soundsystem infernale MSC, melodia che prende il volo su rampe dub drogatissime (roba à la Karmacoma, per intenderci). Star Pig, numero cosmicone hyper-techno, coi bassi avvolti nella seta, ritagli di voce aliena e synth nocturne.
È il lavoro sulla spazialità che fa di questo disco quel che è. Lento e violento, Power in the Blood, pannering ritmico di sostanza, tribalità plutoniane e cassa dritta battente su rumorismo che fa tremare le cuffie. Luv è un bel chiodo jungle nelle casse, rullante tutto punta, si apre nel dolore e fa un solco grosso così. Afroallucinatoria, Silk Barricade sfonda muri drum’n’base con fiati tagliati con la katana da vinili antichi, spezzata da uno stompone assassino che gronda sangue e cavi elettrici e ancora di afrocentrismo, ancor più ancestrale, è impregnata Die in the Night, sciamanesimo futurista violento come un colpo di cannone dritto nello stomaco. Chiude l’hiphoppismo a badile di taglio di So End It, che piglia al basso ventre e fa muovere il culo senza posa.
FFO: piste da ballo incendiarie.




