Buddy Guy – I Ain’t Done with the Blues
Recensione del disco “I Ain’t Done with the Blues” (RCA, 2025) di Buddy Guy. A cura di Giovanni Davoli.
Il 30 luglio è uscito il 33mo album della carriera di Buddy Guy, nel giorno del suo 89mo compleanno. Carriera che dura da circa 70 anni, se si contano i primi concerti nella nativa Louisiana. Nel 1959, Buddy si trasferì a Chicago dove la Chess Records lo adottò, seppur con le riserve del fondatore Leonard Chess. Pur pubblicandogli una serie di singoli, solo nel 1967 Leonard gli permise di uscire con il primo LP a suo nome. Buddy era visto da lui come un ottimo chitarrista di complemento per accompagnare le star del blues elettrico: Muddy Waters, Howlin Wolf, Sonny Boy Williamson. Ma Chess non credeva nel suo potenziale come solista, trovandolo un chitarrista troppo esplosivo e “rumoroso”.
Fu solo nel 1991, a 53 anni, che la Silvertone decise di investire in lui e gli diede finalmente il meritato successo solista con “Damn Right I’ve Got the Blues”, approfittando del blues revival di quegli anni. Oggi, Buddy Guy viene considerato l’ultimo sopravvissuto dell’era epica del “Chicago Blues”. La produzione discografica di questi 34 anni ha proseguito tra prove di alto spessore (su tutte, “Sweet Tea” e “Blues Singer”) e altri episodi minori in cui Guy abusava un po’ troppo della sua estrema padronanza della 6 corde, producendo un blues elettrico a tratti scontato. Gioco in fondo facile per un gran virtuoso come lui e che ripete anche nei concerti, o almeno così fu quando lo vidi io qualche anno fa negli States.
Non è il caso di “Ain’t Done with the Blues”. Rilanciato dall’apparizione, breve ma significativa, nel bel film “Sinners” di qualche mese fa, Guy dirige qui 18 tracce e 64 minuti di musica con la confidenza che gli e’ propria, ma anche con ispirazione. Certo, buona parte del merito non può non andare a Tom Hambridge, produttore, compositore della maggior parte dei brani e batterista. Hambridge è compagnia fissa di Guy dal 2008. Insieme hanno fatto adesso 7 dischi, di cui questo potrebbe essere il più ispirato e il meno scontato. Perché il blues, si sa, non è questione di tecnica, malgrado la deriva che alcuni virtuosi della chitarra gli hanno fatto prendere a un certo punto, pur di continuare (giustamente e legittimamente, aggiungo) a guadagnarsi la pagnotta.
“Il Blues (la musica) scaccia via il Blues (il sentimento)” canta Buddy. “Ogni volta che ascolto una canzone di BB King, mi scordo di tutte le cose andate male”, continua. Spiegata in maniera semplice, è tutta qui l’essenza di questa musica, ormai secolare. L’essenza dell’umanità che non si arrende, malgrado tutto. Buddy Guy mantiene accesa la fiaccola per la sua generazione, speriamo ancora a lungo se i risultati sono questi. Anche perché non ci sarà nessuna IA capace nel futuro di replicare queste emozioni, questo “feeling” che traspare da una voce ancora viva alla sua età e da una Stratocaster a pois da cui tira fuori tutto, come se egli fosse ancora il ragazzino che tanti anni fa pizzicava il “Diddley bow” dopo una giornata passata nei campi di cotone.
Quel mondo, quella sofferenza, esistono ancora oggi, in tante parti del mondo e in tante forme e Buddy Guy ne è un cantore, di quelli che sanno trasformare il dolore in bellezza.




