Chicago Underground Duo – Hyperglyph
Recensione del disco “Hyperglyph” (International Anthem, 2025) del Chicago Underground Duo. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Custodisco ben più che gelosamente la mia bella copia di “Who Stole The I Walkman” degli Isotope 427 (che di recente ha compiuto i suoi bei venticinque anni). E beh? Che c’entrerà mai? C’entra. Perché quella era la band in cui Rob Mazurek e Jeff Parker davano sfogo a tutte le loro trasversali influenze. E che c’entra Parker col Chicago Underground Duo? Facile: il chitarrista dei Tortoise ha fatto parte dell’ensemble in altre sue configurazioni matematiche (trio, quartetto, orchestra). Ma, in questo caso, si torna alla origini, ossia coi soli Mazurek e Chad Taylor.
I due non pubblicavano un album vero e proprio con questa dicitura (Duo, ovviamente) da ben undici anni. Non che siano stati fermi, quello mai (dall’ultimo lavoro del Quartet di anni ne sono passati “soltanto” cinque). Girando tra le migliori etichette in circolazione, per quanto riguarda la musica obliqua, da Thrill Jockey e Northern-Spy, i Nostri approdano a quella che, oggi come oggi, è la label di riferimento del jazz d’avanguardia, ossia la International Anthem che, ovviamente, di casa ‘sta a Chicago. È noto che la Windy City sia un coacervo di menti sopraffine, partendo dall’AACM fino alle foliès post-rock e avant tra gli ’80 e ’90 e, giustamente, qui si torna ancora una volta.
“Hyperglyph” racchiude in sé tante, se non tutte, le influenze raccolte per strada da Mazurek e Taylor, e ne sprigiona tutta la potenza a volume piuttosto alto. Uptempo e groovecentrismo, la title track fa da manifesto a tutto ciò, tra cori ancestrali e volume che si intensifica sempre più. Sonorità che tornano prepotenti ma in altra forma nella diretta Hemiunu, col piano elettrico a tenere su tutta l’ossatura del brano, un pedale jazz ad andamento circolare di puro sollazzo. L’elemento elettronico non è secondario, bensì si insinua tra tromba e batteria, lo fa sbattendo con forza tra le pareti, nella sghemba Contents of Your Heavenly Body, o più latente in Click Song. Tanto è propulsiva la ritmica altrove, quanto importanti sono le sospensioni: The Gathering sono sette minuti di ambiente espanso, con Taylor solo apparentemente in secondo piano, con incessante delicatezza sulle percussioni, in un raffinato gioco di nastri, tra mbira e kalimba e il loro suono, per l’appunto, heavenly, e sintetismi a fare da contraltare con chiusura pacatamente ariosa grazie alle linee melodiche di tromba.
Il punto più alto, però, viene raggiunto con le tre Egyptian Suite: The Architect, un intricato dedalo ritmico che sembra correre tra le vie de Il Cairo con la tromba Mazurek a tessere le fila, Triangulations of Light che si sposta a Giza alla base delle tre piramidi in un notturno noise di piatti e lamine d’acciaio incassato in un alone misterico che sfocia in Architectonics of Time con il duo a tamburo battente su una anti-struttura in freeform assoluta.
Che altro c’è da dire? Mazurek e Taylor si confermano come quei cavalli di razza jazz che sono sempre stati e forse sempre saranno.




