Oren Ambarchi & Eric Thielemans – Kind Regards
Recensione del disco “Kind Regards” (AD 93, 2025) di Oren Ambarchi e Eric Thielemans. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Se ci fosse un corrispettivo di “star” per il mondo sotterraneo delle avanguardie, di certo sarebbe facile riferirlo a Oren Ambarchi. Il compositore australiano, sin dall’inizio della sua carriera ha collezionato una quantità di dischi e collaborazioni da far girare la testa (Keiji Haino, Z’EV, Jim O’Rourke, Stephen O’Malley, Otomo Yoshihide e, negli ultimi anni, 2/3 dei Fire! per l’incredibile progetto “Ghosted”, solo per citarne alcuni). Se, invece, meno universalmente conosciuto, il batterista belga Eric Thielemans, non è stato da meno, basti sentirlo all’opera con due pesi massimi come Mika Vainio e Charlemagne Palestine, per capire di cosa si sta parlando.
Proprio dal trio formato da Ambarchi, Thielemans e Palestine, è nata la volontà dei primi due di estendere la propria unione anche al di là della presenza dell’iconico compositore statunitense per dare vita a performance di altissimo livello (già catturate nel 2023 in “Double Consciousness”). In certi casi, va da sé, il miglior modo per catturare su disco qualcosa come quello che fanno questi artisti è carpirne l’essenza durante i live, situazione per eccellenza in campo performativo e d’improvvisazione.
Il duo sale così in cattedra a Poitiers, in Francia, ormai due anni fa e per 45 minuti ipnotizza il pubblico. Diviso in due parti distinte, Beginning e Conclusion, “Kind Regards” è un abbraccio di avant-jazz elettronico caldo e abbacinante. Nella prima sezione il duo parte più che mai morbido, Thielemans regge il gioco costruttivo delle macchine del compagno con pattern ritmici che, man mano, si arricchiscono di colpi ed elementi, ascendono e si ingrossano, tecnicamente crasi immaginifica di Blakey e DeJohnette, le figure fanno da contraltare “reale” all’immaginifico mondo sintetico ordito da Ambarchi. Conclusion invece parte dall’assunto della decostruzione, rumore che fa da trampolino all’elettronica sempre più onirica, come un bordone melodico senza fine che ben presto muta in lampi e schegge. Qui il crescendo si fa disorientante, labirintico e affannato, laddove prima c’era circolarità ora si sente la volontà di liberare la forma, ma è solo una tappa, perché il cerchio si riforma fino a chiudersi definitivamente.
Meno sorprendente di altri lavoro ambarchiani (come i due “Ghosted” di cui sopra), “Kind Regards” è un’ottima fotografia di come l’improvvisazione performativa può ancora regalare a certe frange “jazz” qualcosa di delizioso. L’altra verità è che AD 93 si riconferma il perfetto rifugio per le avanguardie di oggi.




