Anamanaguchi – Anyway
Recensione del disco “Anyway” (Polyvinyl, 2025) degli Anamanaguchi. A cura di Emanuele Podda.
Gli Anamaguchi hanno sempre abbracciato il cambiamento come filosofia artistica. Partiti come progetto chiptune strumentale associato alla cosiddetta “videogame music” – specie in seguito alla composizione della colonna sonora di “Scott Pilgrim vs. the World: The Gamenel 2010” – già con l’album “Endless Fantasy” (2013) scardinarono tutto abbracciando EDM, j-pop e drum & bass ed introducendo i primi guest vocalists, mentre il terzo album, “[USA]” (2019) ha segnato un’ulteriore metamorfosi integrando post-rock e shoegaze e riducendo le sonorità 8-bit a un filo nel loro complesso arazzo musicale che rimaneva tuttavia largamente strumentale.
Critica e fan hanno sempre accolto positivamente questa costante evoluzione, con The Fader che, a seguito dell’uscita di “[USA]” li ha accostati a pionieri del “futurepop” come Charli XCX e 100 gecs, confermando la loro penetrazione nel mainstream. Con poca sorpresa per chi conosce la loro storia, tuttavia, la band di New York, a sei anni di distanza dall’ultimo album, spariglia ancora le carte con “Anyway”, uscito lo scorso 8 agosto per la storica etichetta indipendente Polyvinyl Records, e che forse rappresenta ad oggi la sua scommessa più audace: addio ai suoni digitali, ai pezzi strumentali e al flirt col mainstream che l’hanno finora contraddistinta. Al loro posto, registrazioni analogiche, testi cantati e un’estetica decisamente underground.
Il cambio di rotta si è riflettuto anche sull’intero processo creativo che ha dato origine all’album. Per la prima volta nella loro carriera, i quattro newyorkesi hanno abbandonato computer e collaborazioni a distanza per ritrovarsi a suonare insieme, strumenti reali alla mano, sotto lo stesso tetto. E che tetto: la Polyvinyl, dopo averla salvata dalla demolizione, gli ha consegnato le chiavi della leggendaria casa che campeggia sulla copertina dell’album di debutto degli American Football – pietra miliare del midwest emo pubblicata nel 1999. Le demo registrate in questo tempio della musica indie sono poi finite nelle mani esperte di Dave Fridmann, il produttore che ha forgiato il suono di The Flaming Lips, MGMT e Mogwai, il quale ha seguito una procedura di registrazione in presa diretta strettamente analogica, con possibilità nulle di backtracking, cosa che ha richiesto alla band un notevole sforzo in termini di programmazione e concentrazione.
Il risultato è il primo album completamente analogico e cantato degli Anamanaguchi: un lavoro che pesca a piene mani dal punk e post-punk degli anni ‘70-’80 così come dall’emo, grunge e power pop dei ‘90, confermando, ancora una volta, la loro versatilità artistica indipendentemente da strumenti e generi. Ma attenzione: le trame 8-bit non spariscono del tutto. Anzi, serpeggiano sotterraneamente attraverso tutti e dodici i brani dando luogo ad una fusione esplosiva tra chiptune e chitarre distorte. I singoli rappresentano il vero trionfo di questa ibridazione. Darcie e Buckwild sono probabilmente le vere hit dell’album, capaci di rispondere alla domanda: “Come avrebbero suonato i Weezer se fossero stati una band electrogaze?”. Il grunge ruvido e distorto di Magnet evoca immediatamente Smashing Pumpkins e Nirvana, mentre la struggente Rage (Kitchen Sink) – ballad elettro-emo che strizza l’occhio ai Sunny Day Real Estate – dimostra come gli Anamanaguchi sappiano miscelare passato e presente con rara maestria, creando una sintesi tanto originale quanto efficace. Il resto dell’album, tuttavia, prende una piega diversa. Quando le trame 8-bit prevalgono, “Anyway” scivola in territori già ampiamente esplorati dall’e-punk che spopola nel sottobosco musicale americano da almeno 7-8 anni. Da Sparkle in apertura fino alla chiusura di Nightlife, passando per Lieday, Come For Us, Sapphire, Fall Away e Really Like To, troppi brani ricalcano le orme di The Dallas Cowboys, Cyborg9K, Gezebelle Gaburgably e Gosh Diggity. Certo, la band newyorkese padroneggia il genere con sicurezza, ma il risultato manca di quella scintilla che rende memorabili i singoli, contribuendo ad alimentare una percezione di déjà-vu.
Il primo approccio degli Anamanaguchi alla scrittura merita invece un discorso complessivamente più positivo. Quest’album, facendo da pendant alla decisione di passare dai suoni digitali a quelli analogici, funziona come una mappa emotiva del disagio contemporaneo, catturando con precisione chirurgica quella sensazione di essere sopraffatti dalla meccanicità e spersonalizzazione del mondo moderno e la disperata ricerca di qualcosa di autentico a cui aggrapparsi. I testi dipingono come ansia e caos ribollano sotto una quotidianità apparentemente tranquilla fino all’inevitabile esplosione – in questo senso va letta l’immagine del lavandino che straripa in Rage (“The kitchen sink/Is getting overflown”). Quest’angoscia nasce dalla consapevolezza di essere intrappolati come “rats in a cage” (citazione diretta da Bullet with Butterfly Wings degli Smashing Pumpkins) in un sistema che ci riduce a meri consumatori e ci opprime attraverso un controllo capillare delle nostre vite. Di fronte a questa pressione, i personaggi delle varie canzoni intraprendono una ricerca disperata di fuga in due direzioni collegate: il rifugio nella nostalgia per la cultura pop del passato (il film Wild Hogs in Buckwild, il Game Boy in Sapphire) che simboleggia un tempo più semplice e autentico, e la ricerca di sensazioni così intese al punto di farsi male pur di sentire ancora qualcosa di reale (“Light a sparkler in my lungs” in Sparkler). Infine, l’album, oscillando tra rabbia verso le forze anonime del potere e il bisogno disperato di connessione, sembra intravedere quella che potrebbe essere l’unica ancora di salvezza in un mondo finto e alienante: le altre persone. Come chiarisce Really Like To, solo attraverso un legame umano genuino possiamo riagganciarci alla realtà (“You really make the world exist”).
Il messaggio più importante che gli Anamanaguchi veicolano con “Anyway” – che è poi la sintesi di oltre vent’anni di carriera – riguarda dunque l’importanza dell’autenticità. Sul piano sonoro, questo si manifesta nella fedeltà incrollabile alla propria visione artistica in continua evoluzione e, nell’era di IA e algoritmi che promettono di trivializzare la ricerca del sound perfetto, nel ritorno a un approccio compositivo più grezzo e laborioso, ma anche più umano. A livello testuale, Berkman e soci prendono finalmente la parola per condividere un messaggio necessario: denunciare l’oppressione economica e politica contemporanea, esasperata dall’alienazione digitale, ed indicare nelle relazioni umane genuine una soluzione privilegiata per riacquisire un contatto diretto e spontaneo col mondo.
Di conseguenza, “Anyway”, pur non brillando per originalità, si rivela un lavoro sincero e stratificato, capace di veicolare messaggi profondi attraverso scelte stilistiche e liriche coerenti. La sua natura multiforme lo rende accessibile ad ascoltatori provenienti da orizzonti sonori anche molto diversi, ma che tuttavia credono ancora che la musica nasca dai legami tra persone reali e dalla bellezza fragile del gesto creativo spontaneo.




