Brad Mehldau – Ride into the Sun
Recensione del disco “Ride into the Sun” (Warner Music, 2026) di Brad Mehldau. A cura di Sergio Bedessi.
Prosecuzione dei suoi lavori precedenti, sempre sul filone delle cover jazz-sinfoniche, l’ultimo album di Brad Mehldau,”Ride into the Sun“, uscito a fine agosto 2025 per Warner Music. Dopo aver spaziato dai Beatles ai Nirvana, dagli Yes ai Radiohead e molti altri ancora, questa è la volta di Elliot Smith.
Cantautore e musicista statunitense morto prematuramente a soli 34 anni, probabilmente suicida in conseguenza della depressione della quale soffriva, conosciuto personalmente da Mehldau a Los Angeles alla fine degli anni ’90, Elliot Smith è forse noto più per il nome che per i suoi pezzi. Mehldau aveva già avuto modo in passato di ricollegarsi, con i suoi lavori musicali, al musicista scomparso e lo aveva fatto con il bel pezzo Sky Turning Grey (for Elliott Smith) contenuto nell’album “Highway Rider“.
A questo punto, il nuovo album “Ride Into the Sun” va a costruire un vero e proprio percorso musicale fra i lavori di Elliot Smith, con interpretazioni che oscillano fra esposizioni più scarne, essenziali, dove risalta il pianoforte perfettamente suonato da Mehldau e altre più ampie, dovute all’uso dell’orchestra diretta da Dan Coleman, che in alcuni punti risultano però quasi pompose. Il nuovo lavoro del pianista statunitense fa sicuramente trasparire la sua duplice formazione musicale, oscillante fra il jazz e la musica classica, a partire dai dieci anni quando i suoi interessi furono prima attirati dal jazz, fino ai venti anni quando recuperò lo studio della musica classica per migliorare la tecnica della mano sinistra.
Sicuramente si può dire che oggi Brad Mehldau sia uno dei pianisti jazz più influenti della sua generazione, questo grazie anche al ben noto Brad Mehldau Trio (con Larry Grenadier al basso e alla batteria prima Jorge Rossy e poi Jeff Ballard) e le sue interpretazioni originali non solamente di pezzi dello standard jazz, ma anche di brani pop e rock.
In “Ride Into the Sun” lo stile di Mehldau combina virtuosismo tecnico e armonie complesse, mantenendo comunque una distintiva sensibilità melodica, cosa ben percepibile nei pezzi meno orchestrali dell’album costituito da sedici pezzi: dieci canzoni di Elliot Smith, quattro composizioni originali di Mehldau ispirate a Smith e due brani di altri autori che però Smith aveva a suo tempo interpretato.
Incantano i particolari accordi eseguiti dal piano nel primo pezzo (Better Be Quiet Now), che sembrano quasi lievemente dissonare e che si ritrovano anche in altri pezzi. Mentre la title track (Ride into the Sun – Part 1) oscilla fra uno stile jazz e un altro più sinfonico, con un interessante dialogo fra pianoforte e orchestra, altri brani come The White Lady Loves You More, un brano di Smith del 1995, risultano più intimisti, con un senso di pacatezza dato dalla dialettica pianoforte, violino e violoncello, perdendo però di freschezza rispetto alla versione originale, anche a causa dell’arrangiamento finale troppo pesante.
Interessante Southern Belle, pezzo dalle radici storiche,dove Mehldau si esprime appieno, sia nell’intro marcatamente jazz, sia nel successivo dialogo fra pianoforte e voce per procedere talvolta all’unisono; un brano ben marcato, ritmato e rapido fino a poco prima della fine rallentata. Sicuramente Satellite è il pezzo più bello, essenziale, scarno ed efficace nel parlare all’ascoltatore, grazie anche all’abile gioco di percussioni presente fin quasi alla fine.
Complessivamente si tratta di un bell’album che mantiene però due anime distinte: una strettamente jazzistica, scarna e asciutta, che parla all’ascoltatore in modo molto diretto, l’altra più orchestrale e che sembra richiamarsi alle orchestrazioni di Gershwin, specialmente quelle del concerto in fa.




